Ferdinando Galiani.
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SOCRATE IMMAGINARIO.
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Opera buffa napoletana posta in versi da G. B. Lorenzi per la musica di G. Paisiello, redatta a cura di Massimo Rago.
1943. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Francesco Musso e Daniela Di Lisio per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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L'AUTORE.
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Riusc all'incomparabil Michel de Cervantes dare nel suo immortal D. Chisciotto un modello della pi delicata ed ingegnosa lepidezza. Tutti gli sforzi degl'ingegni, che dopo lui sono stati, non han potuto se non che debolmente imitarlo, senza giungere ad eguagliarlo, non che a superarlo. L'universale sventura di tanti suoi imitatori incoraggisce me a presentare al pubblico con minor rossore questo debole parto del mio ingegno.
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Ho cercato in esso trarre la materia del ridicolo da un soggetto quasi somigliante, cio dal supporre un uomo semplice, che dalla cognizione confusa e volgare delle vite de' Filosofi antichi (come quegli dalle vite de' Cavalieri erranti) abbia stravolto il cervello, sino a credere di poter ristorare l'antica Filosofia. Tutti gl'incidenti adunque sono presso a poco tratti dalla vita di Socrate, che ci ha lasciata Diogene Laerzio; come a dire il di lui gusto, e il pregio in cui tenne la Musica e la Danza; il carattere impetuoso di sua moglie contrapposto alla sua sofferenza: le due mogli, che in uno stesso tempo ebbe, dopo la famosa peste che spopol Atene: il sogno di un cigno, di cui gli parve riconoscer l'effigie del giovane Platone, che il d seguente gli fu presentato: l'oracolo, che lo dichiar il sommo de' Savj: il suo perpetuo interrogare: il suo vantarsi di non saper altro, che il saper di non sapere: il Demone con cui diceva consigliarsi: la morte in fine datagli dalla superstizione de' Sacerdoti, per calunniose accuse, colla cicuta; e molte altre particolarit che nel corso del dramma si ravviseranno. Tutte si sono travolte in bernesco, senza intenzione di oltraggiare quella opinione di sapienza, che tanti secoli hanno assicurata al maggior savio del Paganesimo, ma per solo oggetto di divertire un Pubblico, con vere ed originali lepidezze.
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INTERLOCUTORI.
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DONNA ROSA: seconda moglie di don Tammaro, donna imperiosa.
EMILIA: figlia del primo letto di don Tammaro, innamorata d'Ippolito.
LAURETTA: cameriera di donna Rosa.
CILLA: figlia di mastro Antonio, ragazza semplice.
IPPOLITO: giovine di onesti natali, amante di Emilia.
MASTRO ANTONIO: barbiere di professione, uomo sciocco, padre di Cilla.
DON TAMMARO PROMONTORIO: benestante di Modugno, marito di donna Rosa, e padre di Emilia, uomo impazzito per la filosofia antica, facendosi chiamare Socrate Secondo.
CALANDRINO: cameriere di don Tammaro, e poi da questi dichiarato suo bibliotecario.
CORO: di discepoli di Socrate, e di finti Demonj.
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La scena si finge in Modugno, e proprio nella casa di don Tammaro.
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ATTO PRIMO.
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SCENA 1
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Cortile con una scala praticabile da un lato, e dall'altro porta che introduce al giardino.
DON TAMMARO che precipita dalle scale inseguito da DONNA ROSA con un bastone, EMILIA, LAURETTA e CALANDRINO, che la trattengono. IPPOLITO che sopraggiunge, e non veduto ascolta.
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ROSA:
Fuora, birbaccio, che in casa mia
Pi non ti voglio: va via di qua.
TAMMARO:
Troppo mi onora vossignoria
Son tutte grazie che lei mi fa.
(sempre con flemma)
Son tutte grazie, che lei mi fa.
EMILIA, LAURETTA e CALANDRINO:
Ma che vergogna! ma che trattare!
IPPOLITO:
(Qui si contrasta: voglio ascoltare).
ROSA:
Vo' disossarlo....
TAMMARO:
Si serva pure.
ROSA:
Vo' divorarti...
TAMMARO:
Ho l'ossa dure.
ROSA:
Con quella flemma crepar mi fa.
TAMMARO:
Cara, non si alteri, che suder.
EMILIA, LAURETTA E CALANDRINO:
Ma via, finitela, per carit.
IPPOLITO:
(Il cor mi trema: che mai sar!)
ROSA:
Dunque ridotta, oh Dio!
Son oggi ad un tal segno,
Che il tenero amor mio,
Che il mio severo sdegno,
In quel tuo cor tiranno
Non hanno pi valor?
L'abbiano almeno queste
Lagrime di dolor! (affetta di piangere)
TAMMARO:
De' vasi lagrimali
Tergi quegli escrementi,
Che appena li stivali
Bagnan de' Sapienti:
Non giunge quell'affanno
Di Socrate nel cor:
Ch Birri sono i pianti
Del sesso ingannator.
ROSA:
Ah bricconaccio, mi oltraggi ancora?
Gli occhi dal capo vo' trarti fuora:
Quegli occhi perfidi mangiar mi vo'.
TAMMARO:
Ecco qui gli occhi: la fronte  questa:
(sempre con flemma, come sopra)
Sempre il terz'occhio, cara, mi resta;
E col terz'occhio ti guarder.
ROSA:
Mi burla il perfido, voi lo vedete?
Non posso questa mandarla gi.
(si avvicina al marito nuovamente)
LAURETTA e CALANDRINO: (A DUE)
Ma che vergogna! Sempre starete
Col fiele in bocca a tu per tu.
TAMMARO:
Non teme, Socrate: non la tenete:
La mazza affina la mia virt.
EMILIA e IPPOLITO: (A DUE)
(Barbari cieli, pi strali avete?
Tiranne stelle! non posso pi)
LAURETTA:
Via, padroni, non pi: siete alla fine
Marito e moglie.
ROSA:
Il so: cos mi avesse
Mangiata l'orco prima di sposarlo!
Oltraggiarmi con tante porcherie!
Oh questa poi...
CALANDRINO:
Scusate:
Socrate non v'offese col terz'occhio:
Cos si chiama l'occhio della mente.
ROSA:
Mi farebbe la grazia
Il mio dottor delle castagne secche,
Di andarsene in cantina?
CALANDRINO:
Ander, se comanda, anche in cucina.
TAMMARO:
Eh, mi burlate: il mio bibliotecario
Deve bibliotecare in biblioteca,
Non tra i Dei Focolari e i Dei Penati.
ROSA:
Io non so tu che dmine ingarbugli.
Il fatto sta che se non lasci questa
Tua pazza idea di maritar l'Emilia
Quel Mastro Antonio il tuo barbiere...
EMILIA:
Come?
Che dite voi?
IPPOLITO:
(Che ascolto!)
ROSA:
Signor s, signor s, ti ha destinata
Tuo padre a Mastro Antonio.
EMILIA:
E sar vero?
TAMMARO:
S, mia cara figlia,
Il genitor ti rese genitrice.
EMILIA:
(Misera me!)
IPPOLITO:
(Ippolito infelice!)
LAURETTA:
(Povera padroncina!)
CALANDRINO:
(Sostenete l'impegno, e tollerate
(in secreto a Don Tammaro)
Qualunque impertinenza:
Socrate fu l'idea della pazienza.
Diogene Laerzio parl chiaro).
TAMMARO:
E di me che pu dire
Il mio signor Diogene Laerzio?
Forse senza parlare
Non mi lascio da tutti bastonare?
CALANDRINO:
(Certissimo: ed il mondo
Perci vi chiama Socrate secondo).
ROSA:
E ben che si risolve?
TAMMARO:
Odi, garrula pica:
Non  pi Mastro Antonio
Quel Mastro Antonio, che fu Mastro Antonio.
Sta sottoterra ascoso
Il tartufo odoroso: il porco immondo
Lo scava col suo grugno; e quello poi
Si fa cibo di Dame, e di alti Eroi.
Stava cos sepolto
Mastro Antonio tartufo:
Il porco io fui, che lo scavai. Lo tenni
Alla mia Scuola, e in men di sette giorni
Filosofo divenne Mastro Antonio:
Gitt ranno e sapone,
Vest la toga, e divent Platone...
ROSA:
Ma dimmi, arcipazzissimo,
Tu come insegni ad altri
Filosofia, se appena sai di leggere?
TAMMARO:
Appunto perch sono
Una bestia solenne, io son Filosofo.
Chi fu Socrate? Un asino.
E te lo prover. Mai non parlava
Costui da s, ma domandava sempre:
Chiaro segno evidente,
Ch'era una bestia, e non sapeva niente...
Ed io maggior mi stimo
Filosofo di lui, per la ragione,
Che ogni qual volta io voglio imitare,
Nemmeno so che cosa domandare.
ROSA:
Ors: non pi parole.
Tammaro, senti.
TAMMARO:
Ah! non guastarmi il timpano
Con quel nome volgar: chiamami Socrate.
E tu da questo istante
Ti chiamerai Xantippe,
Essendo questo il nome,
Che avea quell'altra indiavolata moglie
Di quel Socrate primo. Tu, mia figlia,
Ti chiamerai Sofrsine;
Tu, Calandrino, Simia, e tu Lauretta
Saffo ti chiamerai.
LAURETTA:
Che baffo e zaffio lei mi va dicendo,
Io non lascio il mio nome.
TAMMARO:
Non lo lasci?
L'hai da lasciar, ti dico.
Chi sei tu, poltroncella?
Il patrone son io: oh questa  bella.
ROSA:
Oh Dio! oh Dio! la testa...
TAMMARO:
In casa mia
Voglio, che tutto sia grecismo: e voglio
Che sin il can, che ho meco,
Dimeni la sua coda all'uso greco!
ROSA:
Non posso pi. Tammaro, patti chiari:
O registra il cervello,
E non parlarmi pi di Mastro Antonio,
O far... basta... basta.
TAMMARO:
Mia Xantippe,
Mia figlia  di Platone, e le mie spalle
Sono al vostro comando. Ho fatto tale
Filosofico callo, che all'ingiurie
Non sol non mi risento,
Ma l'istesse mazzate io pi non sento.
ROSA:
Mi burla, il perfido: voi lo vedete.
Non posso questa mandarla gi.
(si avventa contro il marito)
LAURETTA e CALANDRINO: (A DUE)
Ma che vergogna! sempre starete
Col fiele in bocca a tu per tu!
TAMMARO:
Non teme Socrate, non la tenete:
La mazza affina la mia virt.
EMILIA e IPPOLITO: (A DUE)
(Barbari cieli, pi strali avete?
Tiranne stelle, non posso pi)
(parte Don Tammaro, condotto via da Calandrino)
 SCENA II
DONNA ROSA, EMILIA, LAURETTA e IPPOLITO
IPPOLITO:
Ah, signora, piet di un infelice! (si fa avanti)
EMILIA:
Ippolito, tu qui!
IPPOLITO:
S, bella Emilia,
Qui celato ascoltai
Il decreto fatal della mia morte,
E gi vado a morire.
EMILIA:
Ingratissimo Ciel, questo  martire! (piange)
LAURETTA:
Coraggio, Signorina.
ROSA:
Animo, buon amico.
IPPOLITO:
E qual speranza,
Se il destino crudel sdegnato  meco?
ROSA:
Non dubitar, che Donna Rosa  teco,
Sappi, che costei amo
Piucch se fosse una mia propria figlia,
N la voglio veder precipitata.
IPPOLITO:
Ma come opporvi mai
Alle barbare nozze stabilite
Dal suo padre inumano?
ROSA:
Mi opporr con il senno, e colla mano.
LAURETTA:
E voi farete il gloroso acquisto. (ad Emilia)
ROSA:
Udite: in ogni disperato caso,
E che cadesse il Cielo, ad una fuga
Io vi aprir la via, ed anderete
Ove vi guida amore.
EMILIA:
Tacete, oh Dio! che mi si agghiaccia il core!
ROSA:
Come sarebbe a dire?
EMILIA:
Vorrei prima morire,
Che macchiare il candor della mia stima,
Con un atto villano.
ROSA:
Oh la casta Penelope di Agnano!
LAURETTA:
E se pap vi affoga?
EMILIA:
Del mio cuore
Un sacrificio al mio dover farei.
ROSA:
Sposeresti il barbier?
EMILIA:
Lo sposerei.
IPPOLITO:
Oh tiranna virt, che mi trafiggi!
ROSA:
Oh pugni in faccia che perdete tempo!
LAURETTA:
Eh via la cara Signorina mia,
Si pulisca quegli occhi,
E lasci le sentenze ai tribunali.
La mi creda, che il far da spigolistra
 bello e buono; ma quel far da sposa
Con un bel giovanotto  un'altra cosa.
Una rosa ed un giacinto
Se portate uniti in petto,
Bel piacer da quel mazzetto
Bell'odor che n'uscir.
Ma se a guasto tulipano
Voi la rosa poi unite,
Quell'odor pi non sentite:
Quella rosa marcir.
Signorina, si stia bene:
Lei giudizio gi ne tiene:
Gi capisce, come va. (parte)
 SCENA III
DONNA ROSA, EMILIA e IPPOLITO.
IPPOLITO:
Misero me!
ROSA:
Non ti avvilire, amico.
In questo punto io vado
Dal mio Socrate bestia,
O per farlo disdire, o per cucirlo
In un sacco di tela e seppellirlo.
IPPOLITO:
Fermate: forse amore
Mi suggerisce un mezzo,
Facile pi per ottener l'Emilia;
Purch d'esser mia sposa
L'ingrata Emilia si contenti poi.
EMILIA:
E perch tanto lacerar mi vuoi?
IPPOLITO:
Vostro marito gi non mi conosce:
(tra esso e donna Rosa)
Voglio abbordarlo, e finger, che da Atene
Io venga adorator del suo gran nome:
E dando vento alle sue pazze vele,
Gli chieder la figlia.
ROSA:
E ben, tentiamo questa strada ancora;
Ma vedrai, che tra poco
Pur dovremo venire al taglio, e al foco.
Andiam.
(parte)
IPPOLITO:
Crudele, ad onta
Di quel tuo core, ad acquistarti io vado.
EMILIA:
Ma che ti feci alfine? Alfin che dissi?
Parl la figlia allor; ma in ogni istante,
Non sai, come mi parla in sen l'amante.
Pugnano nel mio petto
L'amore ed il dispetto,
E la fatal contesa
Non  decisa ancor.
Questo dell'alta impresa
Gi vincitor si crede;
Amor per non cede,
Ma non dispera amor. (partono)
 SCENA IV
Solitario ritiro di verdure con qualche fontana.
DON TAMMARO e CALANDRINO
TAMMARO:
Simia, non replicarmi. Tu gi sai
Che oggi fanno appunto
Quindici giorni che non vedo letto,
Pensando, che finora
La Storia mia non si  stampata ancora;
Onde tu adesso devi
Partire per la Grecia.
CALANDRINO:
Per la Grecia!
TAMMARO:
Signors, per la Grecia: l ritrova
Diogene Laerzio;
Bciali da parte mia il calamaro
E digli che non manchi
Di scriver la mia vita,
Acciocch possa poi
Esser un tomo anch'io tra' tomi suoi.
CALANDRINO:
E dove il trover?
TAMMARO:
Puoi ritrovarlo
Verso ventitr ore meno un quarto
Nel portico di Atene, ove ho saputo
Per certissima fama
Che va a giocar con Senofonte a dama.
CALANDRINO:
Ma partire cos tutto di un botto,
Per dir la verit, Maestro Socrate,
Non me la sento, sai?
TAMMARO:
Per la Dea Cerere,
Mi di orror! Dimmi, insapiente Simia,
Che cosa spinge gli asini?
CALANDRINO:
Il bastone.
TAMMARO:
Benissimo. Chi  quegli
Che al cammin di virt spinge i Discepoli?
CALANDRINO:
Il Maestro.
TAMMARO:
Arcibene,
Or il Maestro essendo
Lo stesso che il bastone, gli discepoli
Che sono poi?
CALANDRINO:
Son gli asini.
TAMMARO:
Dunque partir tu dei:
Se il bastone son'io, l'asin tu sei.
CALANDRINO:
Son convinto, ubbidisco.
TAMMARO:
Simia bibliotecario, hai tu notato
Che ti ho convinto, interrogando? or dimmi,
Dov' che asserir possa,
Ch'io Socrate non sia in carne e in ossa?
CALANDRINO:
E chi lo pu negare?
TAMMARO:
E pur Xantippe
Mogliema il nega; ma che vuoi? la sorte
Di noi Socrati  questa.
CALANDRINO:
Per Ercole ch' vero!
Che non pass quell'altro
Socrate primo colla moglie sua?
Ingiurie, oltraggi, scherni...
TAMMARO:
Bastonate...
CALANDRINO:
Di queste veramente non ne parla
Diogene Laerzio.
TAMMARO:
E ben: ne parler nella mia vita.
CALANDRINO:
Dice bens che un giorno,
Saltando a quella certo umor bestiale,
Vers in testa al Marito un orinale.
TAMMARO:
Un orinale! Oggi Xantippe voglio,
Che me ne versi in testa ventiquattro.
Da Socrate onorato,
Modugno mi vedr tutto allagato.
CALANDRINO:
Dunque sospender la mia partenza,
Fin che sia fatto il caso?
TAMMARO:
Oib: non voglio
Che a scriver la mia storia si ritardi.
Partiti adesso adesso, e quando poi
Ad ottener arrivo
Il Socratico bagno, te lo scrivo.
CALANDRINO:
(Dunque partir dovr, senza vedere
La cara Cilla mia! Giugnesse almeno
Col padre suo Platone,
Pria della mia partenza).
TAMMARO:
Simia, cos'? borbotti?
CALANDRINO:
Pensavo quale somma di denaro
Mi dovete contar per il viaggio.
TAMMARO:
Denaro! ah che mai dici!
Nel regno filosofico
La parola denaro  un'eresia:
"Povera e nuda vai filosofia".
CALANDRINO:
E che diavolo mangio per la strada?
Datemi qualche lume.
TAMMARO:
Ha ghiande il bosco, ed acqua fresca il fiume.
CALANDRINO:
Oh in quanto a questo poi...
TAMMARO:
Non pi, taci: obbidisci e parti adesso.
Ti bacio, Simia mio.
CALANDRINO:
A rivederci. (Cilla, Cilla, addio).
(Ah, che il core mi si spezza:
Cilla mia, non posso pi).
Me ne vado: e prego il Cielo,
Che a misura del suo zelo,
Gridi ognuno dlle... dlle:
Ah, il baston per le sue spalle
Vada sempre su e gi;
Onde possa nella storia
La sua gloria andar pi su.
Signors, sto singhiozzando:
Cos vado discacciando
Dal mio cor la debolezza,
Per lasciarci la virt.
(Ah, che il cor mi si spezza:
Cilla mia, non posso pi). (parte)
 SCENA V
DON TAMMARO, CALANDRINO che subito ritorna, e poi MASTRO ANTONIO e CILLA.
TAMMARO:
Socrate, in questo tuo
Solitario ritiro, or va pensando
Come possa Xantippe oggi onorarti
Di un orinale in testa, e immortalarti.
CALANDRINO:
Allegrezza, allegrezza:
 arrivato Platone colla figlia.
TAMMARO:
Oh mio Platone, oh lubrica fontana
Dove bevono i Dotti. (abbracciandolo)
ANTONIO:
Anzi zampillo delli tuoi condotti.
A te, mia figlia Aspasia,
Vasa la mano a Socrate.
CILLA:
Schitto la mano, n?
ANTONIO:
E che borrisse
Vasarle pure... mo te lo deceva.
CILLA:
E che saccio, 'Gnupa': co 'Gnorazia
Nuje nce vasammo 'n faccia.
ANTONIO:
Ma l'ommo, nenna mia,
Non se vasa, ch' cacca.
CILLA:
Porcaria!
CALANDRINO:
(Bella semplicit che m'innamori!)
TAMMARO:
(Quella innocenza mi rapisce!)
ANTONIO:
Socrate,
Venimmo al nostro qutenos.
Sappi, che io sono stato
A conzurta' l'Oracolo
Nella Grotta Minarda,
Pe' sapere chi fosse
Il maggior sapio de la Magnagrecia:
E cierti pecorare,
Che mm'hanno ditto ch'erano
Li Saciardote de lo Nummo Apollo,
Dapo' che mm'hanno 'n cuollo
Attizzato il cane, e consegnate
Cierte poche vrecciate a li filiette,
Da parte del gran Deo, lo capo Bttaro,
sia lo capo saciardoto lloro,
L'aracolo mm'ha ditto:
E cc co' no cravone mme l'ha scritto.
(mostra una carta sucida)
TAMMARO:
Che cartaccia bisunta!
ANTONIO:
Te lo credo:
Si nce teneva dinto arravogliate
Lo Saciardoto quattro mozzarelle?
TAMMARO:
Via leggi. Questo oracolo
D'intendere mi preme.
ANTONIO:
E sa che mmano, ch'? Leggimmo 'nzieme:
TAMMARO e ANTONIO: (a due)
Sa che sa, se sa, chi sa, (leggono)
Che se sa, non sa, se sa:
Chi sol sa, che nulla sa,
Ne sa pi di chi ne sa.
TAMMARO:
Cttera! in questo oracolo
Io ci trovo espressate
La battaglia de' cani e le sassate!
ANTONIO:
Fegrate che mm'hanno
Acconciato li crine pe le feste.
(restano riflettendo la carta)
CALANDRINO:
Dunque tu mi vuoi bene?
CILLA:
E de che muodo.
Io volea tanto bene a no moscillo,
E ghiusto vuje v'assemigliate a chillo.
Vedite mo'?
CALANDRINO:
Obbligazion, che devo
Alla Signora madre, il complimento
 stato assai grazioso.
TAMMARO:
Vi  in questa carta un gran mistero ascoso.
Qui ci vuol riflessione. Ors, mio Platos,
Qui resta meco: ho da parlarti, Simia,
Conduci Aspasia, al suo quartino.
CALANDRINO:
Andiamo.
CILLA:
Jammo. Si masto Socreta,
Si no ve fosse scmmeto
V'avarria de cercare no favore.
TAMMARO:
Chiedi, mia bella Aspasia.
CILLA:
Vorria fa' no mammucciolo de pezze.
TAMMARO:
S, eh?
CILLA:
E nce vorria
Na pettolella de cammisa vecchia.
Non sapite... pazzo...
TAMMARO:
L'averai, l'averai...
CILLA:
Uh, bene mio!
Serva vosta. 'Gnupa'; da me vu niente?
ANTONIO:
Chi capo, figlia mia.
CALANDRINO:
Quanto  innocente!
(parte Calandrino con Cilla)
 SCENA VI
DON TAMMARO e MASTRO ANTONIO
TAMMARO:
Siedi, Platone, e allunga
Le orecchie al mio parlar.
ANTONIO:
Deponi pure.
TAMMARO:
Dimmi: chi sono i Cittadini?
ANTONIO:
Puorce.
TAMMARO:
Io non parlo di quelli di Sorrento:
Degli uomini ti parlo.
ANTONIO:
Scusami: io non capii le tue favelle.
TAMMARO:
La Patria come vive?
ANTONIO:
Co le zelle.
TAMMARO:
Non dico questo, diavolo!
ANTONIO:
Ma oggi, per lo pi, nella mia Patria
Cos si scampolea, facenno macchie!
TAMMARO:
Non dico questo!
ANTONIO:
Ma si tu mme 'mbruoglie
Co st'argomiente tuoje,
Parlame, senz'addimmannarme niente.
TAMMARO:
Sempre domanda Socrate sapiente.
Ma parler pi trito. I cittadini
Son figli della Patria; e questa vive
Ne' figli delli figli
Nati dai figli delli figli suoi.
Io sono Cittadino,
Ergo devo alla Patria i figli miei,
Io per lei vivo: e per me viva lei.
ANTONIO:
Viva, Socrate, viva; io non capisco
Quel che dici; ma so che dici bene.
TAMMARO:
Non sei solo a saperlo. Or di': tua figlia
Com' inclinata al mascolino genere?
ANTONIO:
Se nce fa tanto d'ucchie.
TAMMARO:
Bene: la sposer. Colla mia Patria
Esser non voglio un cittadino ingrato.
ANTONIO:
Ma tu non haje moglireta?
TAMMARO:
Socrate n'avea due.
ANTONIO:
E quann' chesto
Salute, e lardo viecchio.
TAMMARO:
Io vado adesso
Dalla mia moglie massima,
Acci si abbracci la mia moglie minima.
Tu qui m'aspetta.
ANTONIO:
Va co l'anno buono.
TAMMARO:
Oh Socrate felice!
Non altro alfin ti manca,
Che da Xantippe un orinale in testa (parte)
ANTONIO:
Non dubitar, che l'occasione  chesta!
 SCENA VII
MASTRO ANTONIO solo, indi DONNA ROSA, EMILIA, LAURETTA e IPPOLITO vestito alla greca.
ANTONIO:
Non c' che dire: Socrate
 ommo granne, ma Pratone puro:
Vide, ca non pazzea.
Vi', c'avaraggio letto cinco vote
Li Riale de Franza.
Aggio lettura assaje dinto a sta panza!
IPPOLITO:
Ma senti...
EMILIA:
Basta, Ippolito:
Non accrescermi affanno.
Chiedimi al padre mio, ma senza inganno.
LAURETTA:
Ma quando lascerete
Di far la sputasenno?
ROSA:
Emilia, Emilia:
Ti sei fitta in testa
Di provar le mie mani stamattina?
EMILIA:
Ma io...
ROSA:
Non pi, la cara dottorina.
O d'Ippolito Sposa, o in un Convento
A morir disperata.
ANTONIO:
(Numi di Fregetonte, la mia Fata!
(avvedendosi d'Emilia)
Mi accoster).
LAURETTA:
(Vedete mastro Antonio).
ROSA:
(Quel birbo  qui! voglio svisarlo).
IPPOLITO:
(Piano:
Se qui rumor farete,
Voi gl'interessi miei rovinerete).
ANTONIO:
Donne, dal Ciel pozza cadervi in testa
Giove disciolto in perle
De no rutolo l'una.
ROSA:
Ah, ah, ah, ah...
ANTONIO:
Gno'? mme redte 'n faccia?
Questo  n'affrunto... (piccato)
LAURETTA:
Ah, ah, ah...
ANTONIO:
Tu puro?
IPPOLITO:
Oh Dio! ah ah ah ah...
ANTONIO:
Porz 'ossera?
E che so' quacche smorfia de taverna?
IPPOLITO:
Chi siete voi?
ANTONIO:
Pratone...
ROSA:
Chi?
ANTONIO:
Pratone...
Non sapite, Pratone lo Felseco?
ROSA:
Tu filosofo?
ANTONIO:
Io.
ROSA:
E in che consiste
La tua filosofia?
ANTONIO:
E io mo che saccio? ve derra boscia.
Ma Socrate lo ssa.
IPPOLITO:
Oh che babbione!
(lo deridono dandogli delle spinte)
LAURETTA:
O che testa da farne un lanternone!
ANTONIO:
Non vottte... o mo faccio,
Pratone e buono, fora cammesla!
EMILIA:
Ma lasciatelo andar, non l'inquietate!
ANTONIO:
E n'uta vta co sto riso 'nzateco?
Chesto che bene a dire?
O m... po' dice ca... vi' la mmalora...!
Ma jammoncnne a cncaro,
'Nnante che se vedesse pe sto riso,
No sapio de la Grecia muorto 'mpiso.
Ch' stato? che bedite,
Che mme redite 'n faccia?
Che so' quacche mammucciolo
Fatto de carta straccia?
Mmalora! so' feloseco
Co' tanto de scagliune,
E appriesso li guagliune
Porzi' li tricche tracche
Mme veneno a spar.
Ved'osseria che smorfie!
Vi' la tentazone!
Po' dice ca Pratone
Te sguarra na cit. 	(parte)
 SCENA VIII
DONNA ROSA, EMILIA, LAURETTA, IPPOLITO e poi DON TAMMARO
ROSA:
Ma pu trovarsi un uomo pi sciocco?
IPPOLITO:
Oh Dio!
Per qual figura palpitar degg'io!
ROSA:
Tacete: mio marito.
Fatevi avanti voi; noi qui da parte
Osserveremo.
EMILIA:
Ma perch volete
Ingannarlo cos?
ROSA:
Non tante smorfie,
Signora, bocca della verit,
Che gi li grilli me li sento qua.
LAURETTA:
Eh via: non siate tanto delicata.
(le donne si fanno in disparte per ascoltare)
TAMMARO:
Xantippe spiritata,
Or che ti voglio, non ti trovo: ed io
Sento bollirmi in gola
I figli, l'orinale, e la figliuola.
Ma qui dov' Platone?
IPPOLITO:
Socrate, onor del mondo, ti desidera
Ippolito, salute.
TAMMARO:
E tu chi sei?
IPPOLITO:
Un greco adorator del tuo gran nome.
TAMMARO:
Un greco! un greco voi!
IPPOLITO:
Nacqui in Atene.
TAMMARO:
Greco di Atene! oh mio signor magnifico!
Che fortuna!... baciamoci...
Io per Atene mi farei scannare!
Voi dunque mi sapete?
IPPOLITO:
Il vostro eccelso nome
Rimbomba in tutt'Atene.
TAMMARO:
Atene! (Ah dove,
Dove tu sei adesso,
Xantippe indemoniata, che non senti
Come rimbomba Atene, sciocca!)
E bene, signor Greco, vi dobbiamo
Rendere alcun servigio?
IPPOLITO:
Altro non chiedo dall'eccelso Socrate
Se non che accetti in dono alcune poche
Rarit della Grecia.
TAMMARO:
Mio Signore! (umiliandosi)
IPPOLITO:
In primis vi presento in questa scatola
Due nottole di Atene imbalsamate.
TAMMARO:
Due nottole di Atene! Mio signore,
E come mai potr levarmi questa
Suprema obbligazione?
IPPOLITO:
Compatite:
Son bagattelle.
TAMMARO:
Bagattelle? io queste
Bestiole imbalsamate
Un tesoro le chiamo.
Due nottole di Atene! e che burliamo?
IPPOLITO:
Queste tre caraffine son ripiene
Dell'acque di tre fiumi,
L nella Grecia rinomati tanto.
Il gran Meandro, il Simoenta e il Xanto.
Queste son vostre.
TAMMARO:
Mie? io mi subisso
Nella mia confusione.
IPPOLITO:
Compatite:
Queste son bagattelle
TAMMARO:
E voi chiamate
Bagattelle tre fiumi?
Questo  regalo che pu andare in mano
Di un Caracalla Imperator Romano!
IPPOLITO:
(Io crepo dalle risa)
EMILIA:
(Non posso pi...) (risoluta si accosta al padre)
ROSA:
(Fermati...)
LAURETTA:
(Dove andate?)
EMILIA:
(Ch'io manchi di rispetto
Al Padre mio, voi lo sperate invano).
Signor Padre...
TAMMARO:
Oh! qui siete?
Sofrosine, Xantippe, Saffo... allegre...
Noi abbiamo un tesoro...!
(A proposito: sopra (in segreto alla moglie)
Sai se vi sono gli orinali pieni?)
ROSA:
(Che mi domandi, porco?)
TAMMARO:
(Signors: tu mi devi
Buttare in testa un orinale. Basta,
Poi parleremo). Scusi, signor Greco...
EMILIA:
Che Greco dite voi? tal'ei si finge
Per avermi da voi con questo inganno:
Confesso che ci amiamo
Per quanto amar si pu; ma l'amor mio
Giammai non giunge ad usurpar que' dritti,
Che sul cuor di una figlia
Tutti del Padre son. Della mia mano
Disponete voi dunque. Il vostro impero,
Qualunque sia, rispetter. Son figlia,
E al mio dover costante
Nel cor sapr sacrificar l'amante. (parte)
IPPOLITO:
(Virt crudele!)
(si abbandona su di un poggio e d in un forte pianto)
LAURETTA:
(Spigolistra matta!)
ROSA:
(La rabbia mi divora).
TAMMARO:
Signor Greco, falsario,
(dopo qualche riflessione, cos parla con tutta la flemma, e gli restituisce li regali)
Questi sono i suoi fiumi e i pipistrelli,
Se ne torni in Atene:
Gli auguro buon viaggio, e si stia bene.
IPPOLITO:
Ah che mi sento soffocar dal pianto!
TAMMARO:
Oh gran Mondo briccone!
Vuoi che un Socrate ancor tenga il lampione!
IPPOLITO:
Lagrime mie di affanno,
(sul poggio tra s flebilmente lagnandosi, e poi nell'agitazione si alza)
Sospiri del mio cor,
All'idol mio tiranno
Spiegate il mio dolor.
Ma che mi giova, oh Dio!
Piangere e sospirar,
Se l'ingrato l'idol mio
Non cura il mio penar?
Ah se crudele in seno
Non ha piet per me,
Un fulmine, un veleno
Ditemi almen dov'? (parte disperato)
LAURETTA:
Va col demonio in petto:
Non voglio abbandonar il poveretto.
(lo segue)
 SCENA IX
DONNA ROSA e DON TAMMARO
ROSA:
Non so dove mi sia...
TAMMARO:
Fermati, moglie,
Deggio parlarti.
ROSA:
(Affetter dolcezza:
Forse, chi sa, lo vincer). Che vuoi?
TAMMARO:
Siedi, ed ascolta come
Colla Patria ho pensato
Rendermi un cittadino benemerito.
ROSA:
Socrate  stato sempre
Un uomo degno, ed io, sciocca briccona,
A torto tante volte
L'ho bastonato; ma da ora avanti
Sar con lui un oglio.
TAMMARO:
E questo appunto, moglie mia, non voglio.
S'inselvaticherebbe
La mia virt senza la tua molestia.
Bastonami, cuor mio, come una bestia.
ROSA:
No, maritino mio,
Questo non sar mai: anzi tu devi,
Qualora io manco, come un mio Padrone
Pigliarmi col bastone.
TAMMARO:
Eh, caro mio tesoro,
Cos mi avesse Socrate lasciato
Qualche esempio di questi, che a quest'ora
Ti avrei gi rotto un'anca,
Ma che ci fai, ben mio? L'esempio manca.
ROSA:
(S, maledetto, toccami,
Vedi quel che puoi fare,
Che ti fo colla testa camminare!)
TAMMARO:
Or ritornando al qutenus:
Per obbligarmi in tutto la mia Patria,
Indovina, Xantippe,
Che ho pensato di fare?
ROSA:
E che so io?
TAMMARO:
Ma pure?
ROSA:
Oh Dio! finisci
Di darmi corda: di'.
TAMMARO:
Senti, e stupisci.
Voglio pigliarmi un'altra moglie...
ROSA:
Prima
(saltandogli colle mani al viso)
Pigliar ti possa il diavolo. Briccone!
Dunque tu speri di vedermi morta?
TAMMARO:
No, cara mia, t'inganni.
Socrate primo in un istesso tempo
Ebbe due mogli, e due ne voglio anch'io.
Quella da qui e tu di qua. Ch, forse
Per sostenere il peso di due mogli
Non son ricco abbastanza?
Ho tanta roba che mi sopravanza.
ROSA:
(Io non so pi che farmi
Con questo matto. Bastonate, ingiurie,
Non lo scuotono pi. Tocchiamo, via,
La strada ancora della gelosia.
Forse, chi sa?) Tu dunque
Sei risoluto gi?
TAMMARO:
Risolutissimo.
ROSA:
E chi sar la nuova sposa?
TAMMARO:
Aspasia,
La figlia di Platone.
ROSA:
(Io l'ho da subissar questo briccone!)
Ebben qualora vuoi
Prenderti un'altra moglie,
Voglio un altro marito anch'io pigliarmi:
Anch'io la Patria mia voglio obbligarmi.
TAMMARO:
E con quai figli? questo, questo  il punto.
Ma lo sposo sarebbe?
ROSA:
Eccolo appunto.
 SCENA X
IPPOLITO e detti
TAMMARO:
Oh bella! Il signor Greco (vedendo Ippolito)
Delli due pipistrelli imbalsamati?
ROSA:
Questi sar lo sposo mio. Ippolito,
Dammi la mano.
IPPOLITO:
(Come!
Che significa questo?)
ROSA:
(Lo saprai;
Secondami per ora).
E ben, signor Filosofo,
Non dite nulla? par che vi dispiaccia
Questo mio matrimonio. Due mariti
Voglio ancor io in un istesso tempo.
Questo da qui e tu di qua. Ch, forse
(contraffacendolo)
Non son ricca ancor io bastantemente?
TAMMARO:
Moglie, t'inganni: non m'importa niente.
ROSA:
(Bestiaccia maledetta,
Non lo tocca nemmen la gelosia!)
IPPOLITO
(Questa scena io non so che cosa sia).
ROSA:
E mi potrai vedere
Al passeggio, al teatro ed al festino
Con Ippolito a fianco?
TAMMARO:
E perch no, mio bene? assai in oggi
Si veggono forniti
Di pazienza socratica i mariti.
ROSA:
(Io gli darei de' schiaffi; ma l'attacco
Bisogna rincalzar con quel vigliacco).
Sempre in festa, sempre in gioco
(con espressione ad Ippolito)
Noi staremo, idolo amato.
(Or che parlo, vedi un poco
(sottovoce al suddetto)
Mio marito cosa fa.
Non fa nulla?) Vieni qua...
(prendendo per il petto il marito)
Tu sei uomo o sei cavallo?
Parla, di', rispondi a me.
Le finezze non son buone,
Colle ingiurie non si arriva,
Non si arriva col bastone,
Questa tua  malattia,
 malia... che cos'?
Ah che il pianto mi soffoca,
Riflettendo al caso mio...
Fosse qui quella bizzca
Che mi fece unir con te!
(parte con Ippolito)
 SCENA XI
DON TAMMARO solo, indi CILLA e CALANDRINO e poi MASTRO ANTONIO
TAMMARO:
Gran testa stravagante!
Necessaria per: ch senza questa,
Non farebbe risalto la mia testa.
CILLA:
Socreta, mm'haje portato chella pttola?
TAMMARO:
Che pttola, Aspasiuccia: io ti ho portato
Un bel marito.
CILLA:
No marito!
TAMMARO:
Basta.
CALANDRINO:
(Oim che sento!)
CILLA:
E quanno mme lo date?
TAMMARO:
Tra poco...
ANTONIO:
Allegramente, mastro Socrate:
L'Aracolo s' sciuveto, e tu si' stato
Da tutte iudecato
Pe lo chi sapio de la Magnagrecia.
TAMMARO:
Io! Come?
ANTONIO:
S, tu sei
Tra i mostri della Grecia il mostro raro.
L'Aracolo d'Apollo parla chiaro:
Sa che sa, se sa, chi sa
Che se sa, non sa, se sa:
Chi sol sa, che nulla sa,
Ne sa pi di chi ne sa.
Dimme: tu si' na bestia?
TAMMARO:
S: lode a' sommi Dei.
ANTONIO:
Dunque il pi sapio della Grecia sei.
TAMMARO:
A te mi umilio, arcoferente Apollo!
ANTONIO:
Ors, vieni a la scola a fa' lezione
A li Scolare tuoje, che quindi poscia,
Con una manta 'ncuollo all'uso antico,
Per Modugno in trionfo
Strascinar ti vogliamo.
TAMMARO:
Or crepa adesso
Xantippe linguacciuta:
La mia bestialit fu conosciuta.
(parte con Mastro Antonio)
 SCENA XII
CILLA e CALANDRINO
CILLA:
Maram, se l'ha fatta Mastro Socreta,
e manco mm'ave dato
Chello che m'ha 'impromisso...
(raccoglie in fretta le sue coselle e le ripone in sacca)
CALANDRINO:
Dunque tanto ti preme
La promessa di Socrate?
CILLA:
Sicuro!
Vi' che specie: se tratta de marito!
No lo lasso de pede... (vuol partire)
CALANDRINO:
Ascolta, ingrata: e puoi cos lasciarmi,
dopo avermi ferito?
CILLA:
T'aggio feruto? testemmonnia vostra:
Tu che mme vaje vennenno?
Chesto me mancarria de ghi' fojenno!
CALANDRINO:
Non dicesti d'amarmi?
CILLA:
E ch' stata qua' botta de cortiello?
CALANDRINO:
No, cara: anzi vorrei,
Che tu mi amassi sempre.
CILLA:
S, t'amammo
CALANDRINO:
E mi vuoi per marito?
CILLA:
Tanto bello.
CALANDRINO:
E se venisse l'altro e ti volesse?
CILLA:
Mme piglio a tutte duje: ch, non potesse?
CALANDRINO:
Due mariti in un tempo!
CILLA:
S, ch' tusseco? chillo,
Si fosse bello chi de te, co mmico
Pazzarria...
CALANDRINO:
Ed io?
CILLA:
Pazzarrisse co 'gnuparte mio.
CALANDRINO:
Mille grazie! Ah, ah, ah. Bella innocente!
CILLA:
Che d'? Tu ride? oje scigna,
Vi', ca mme 'mpesto, s! Non te credisse
De trovare na locca;
Ca lo judizio ll'aggio nfi' a la vocca.
So' fegliolella,
Ma non so' nzemprece;
Ca lle cervella
Le tengo cc.
Io saccio trcere,
Saccio pelare,
Saccio le glimmere
Arravogliare:
E quanno  festa
Porz le zeze
Da la fenesta
Sapimmo fa'!
Vi' mo, Don Pruocolo,
Sta figliolella
Si 'nzemprecella,
Se p chiamm! (partono)
 SCENA XIII
Sotterraneo, o sia cantina, destinata per la scuola di Socrate. In fondo di essa, rustica scala praticabile, per la quale si ascende ad un passetto, che termina in alto con una piccola porta similmente praticabile. Da un lato della scena altra porta, dalla quale per pochi scalini si cala al piano: anche praticabili.
DONNA ROSA, LAURETTA e IPPOLITO; indi EMILIA dalla porta vicino al piano, e poi DON TAMMARO, vestito da filosofo all'antica maniera, seguito da MASTRO ANTONIO e quattro suoi discepoli, vestiti ad uso de' pastori della Basilicata, e finalmente CILLA e CALANDRINO.
ROSA:
Zitto: venite meco. Io non veduta
Voglio osservar quest'altra
Pazzia di mio marito; e se mai vedo,
Che colla figlia di quel malandrino
Faccia tantino il matto,
Far con fuoco terminar quest'atto.
LAURETTA:
Ed io vorrei, signora, che faceste
Col matrimonio del signor Ippolito
Terminar la commedia.
IPPOLITO:
Forse terminer la mia tragedia!
ROSA:
Non temete, io qui sono.
(vanno per la scaletta, e si celano dietro la porta superiore; nel tempo stesso, che l'Emilia comparisce per l'altra porta vicino al piano, e poi ritorna a celarsi)
EMILIA:
(E qui son' io
A difender, se occorre, il padre mio).
ANTONIO:
Salute, masto Socrate:
Comme mo te vedimmo,
Te pozzammo vede' de cca a cient'anne.
TAMMARO:
Basta, Platone, basta: non occorre
Impegnar la tua lingua nel mio fondo:
Il fondamento mio gi noto  al mondo.
(monta su una tina, assistito da Mastro Antonio e dalli suoi Discepoli).
CILLA:
Maramene! Hanno puosto la si' Socreta
'Ncopp' a na meza votta!
Che l'hanno da sparare a quacche festa?
CALANDRINO:
Oib! egli  vestito da Filosofo,
E sta sulla sua cattedra,
Per dar lezione alli Scolari suoi.
ROSA:
(Cttera,  qui la cara mia rivale!)
(dalla parte superiore, e da volta in volta si lascia furtivamente vedere)
TAMMARO:
(Ah Xantippe, ove sei coll'orinale!)
Oh Aspasia, a tempo siedi
(avvedendosi di Cilla)
Sul mio sinistro fianco: e tu, Platone,
Siedi, sul destro mio.
ANTONIO:
'N faccia a lo masto
Pratone non s'assetta.
TAMMARO:
Io te ne priego.
ANTONIO:
Oh quando  poi cos, mi accorcio, e piego.
(siedono tutti: e dopo che don Tammaro ha dato un'occhiata di tenerezza a Cilla, si spurga per parlare)
CALANDRINO:
(Poter di Bacco! Socrate con gli occhi
Mi vuol mangiare il caro bene amato).
ANTONIO:
Silenzio, agu: ca Socrato ha rascato.
TAMMARO:
Diletti Alunni, altissime speranze
Della Basilicata.
Due sono i fondamenti
Della Filosofia: Musica e Ballo.
Fuggite i libri: questi
Son la vergogna dell'umano genere,
Son gli assassini della vita umana.
Credete a me: la vera
Filosofia  quella d'ingrassare.
ANTONIO:
E di', che nce puo' n'ette allepricare!
Va chi 'n'aseno vivo,
Che ciente para de Dotture muorte.
TAMMARO:
Musica, e ballo, alunni miei. La musica
Diletta, e fa dormire;
La Ginnastica poi fa digerire.
ROSA:
(Che testa squinternata!)
TAMMARO:
Ora parlandovi
Della musica in genere, Discepoli,
Abbiatelo per massima: il difficile
Non fu facile mai, essendo il facile
Una cosa contraria alla difficile.
Or io che son Filosofo,
Conoscendo superflui que' tre generi
Diatonico, cromatico, enarmonico;
E che la prima acuta e quarta grave,
Che dovevan suonar diatessarn,
Erano seccature: risolvetti
Di rompere tre corde
Al tetracordo mio, ed una sola
Ce ne lasciai appena; e da qui venne
Quell'aureo detto poi,
Tu m'hai rotto tre corde
E l'altra tiene. Or riducendo
Ad una corda sol tutta la musica,
E in conseguenza i musici
Tutti son legati ad una corda istessa,
Con certezza sicura
La musica sar facile, e pura.
ANTONIO:
Mmalora! E tu tenive
Tutto 'sto zuco 'ncuorpo?
TAMMARO:
Che succo? Io son un asino;
Ma comecch teneva
Socrate antico il suo Demonio, anch'io
Tengo il mio nelle viscere, che parla
Per la mia bocca; ma ti giuro, amico,
Ch'io non capisco affatto quel che dico.
CALANDRINO:
Vale a dir, ch' lo stesso
Filosofo, che ossesso?
TAMMARO:
E che ci  dubbio?
Or va, Simia, a pigliare
Il mio nuovo istromento. In atto pratico
Vi voglio, alunni miei, tener convinti,
Che non vi  corda simile alla mia.
ANTONIO:
Senza pregiudica' la Vicaria!
CALANDRINO:
Ecco qui l'istromento.
(ritorna Calandrino coll'istromento)
CILLA:
Chisto  no tautiello.
TAMMARO:
Or ascoltate.
E tu, mia bella Aspasia,
Gradisci del mio canto e del mio suono
La Ritmopeja, che a te sacro e dono.
(appoggia l'istromento sulle spalle di Calandrino e suona)
Luci vaghe, care stelle,
Di quest'alma amati uncini:
Sfavillanti cannoncini,
Che smantellano il mio cor.
Or che dite? Questa corda
Non l'accorda il Dio d'amor?
Ne' suoi tuoni troverete,
Che passione voi volete:
Vuoi l'affanno? ahi... ah...
Vuoi sospiri? ehi... eh...
Vuoi lo sdegno? ohi... oh...
Vuoi il pianto? uhi... uh...
Ma le note le pi belle
Sono quelle poi d'amor.
Luci vaghe ecc.
CALANDRINO:
Bravissimo.
ROSA:
(Vedete
(a Ippolito sul passetto)
Che bella tresca? Ma gli voglio rendere
il contraccambio).
IPPOLITO:
(Che volete fare?)
ROSA:
(Un dispetto da farlo un po' arrabbiare).
(partono per la porta superiore)
ANTONIO:
Socrate, chella mseca
Te l'avesse 'mmezzata il tuo Demmonio?
TAMMARO:
Perch me lo domandi?
ANTONIO:
Ca nc' pe' dinto casa de lo Diavolo.
CALANDRINO:
E pur con un padrone viaggiando,
La stessissima musica
In Parigi trovai.
TAMMARO:
Eh col il gusto  delicato assai.
Ti piacque, Aspasia, il canto?
CILLA:
Leva le'; mme parvevo
'No cane quann'abbusca.
TAMMARO:
Poveretta!
Non omnibus Corintio entrar licetta.
ANTONIO:
Ors, Socrate,  tiempo
De datte lo triunfo. E buje, fegliule,
Zompanno attuorno a isso,
Jate cantanno puro
Chelle parole greche, che sapite.
TAMMARO:
Ma prima di saltar, miei figli, udite.
Non vi  nella Ginnastica, chi sia
Pi della pulce elastico.
Io presi un giorno a misurare un suo
Pi piccolo salto. E come?
Con due punti fissai li due confini
Del salto fatto, ed indi
Impressi nella cera
Li piedi della bestiola, e dopo
Col compasso ne presi la misura;
E ritrovai, che avea saltato poi
Trecento e nove piedi delli suoi.
Questa regola dunque
Abbia ciascun di voi, e diverrete
Li primi saltatori della Grecia.
ANTONIO:
E factelo s, ca non c' uto (agli alunni)
Pe' rmperve lo cuollo che sto suto.
CORO:
Andon apanton.
(Li discepoli di don Tammaro cantano, e saltano per istruirsi nella ginnastica, e lo stesso fanno gli attori, a riserba di Cilla, che siede in un angolo, e si divertisce colli suoi straccetti e bambocci)
Socrates softatos.
ANTONIO:
Patron apantalon
Sreta scrofototos.
TAMMARO:
Ton d'apamibomnos.
ANTONIO:
Va chia' mmalora, ca nce spallammo...
(saltando si urtano confusamente tra loro e vanno a terra)
CALANDRINO:
Quand'io m'infiammo... salto a tempesta...
TAMMARO:
Oim, la testa!
CALANDRINO:
La gamba, oh Dio!
ANTONIO:
Lo vraccio mio... mm'ha fatto tr.
CILLA:
Ah, ah: 'sta vista va no ducato.
TAMMARO:
Ti hai fatto male?
CALANDRINO:
Son rovinato.
ANTONIO:
E io mo animale! - vago a zompa'!
TAMMARO:
Zitto: parentesi. Quanno si tombola,
(in aria magistrale)
E si rompessero anche le cstole,
Non fa la macchina che solo smuoversi,
E il centro perdere di gravit.
ANTONIO:
Ma vi' lo diavolo comm'a proposeto
Mo scioscia a Socrate pe nce zuca'.
CILLA:
Io voglio ridere: tornate a fa'.
CALANDRINO:
Lesto, lestissimo: eccomi qua.
TAMMARO:
E viva Simia; ma fatti in l.
ANTONIO:
Via 'ncoronmmolo; menammo va'.
CORO:
Andron apanton
(Li discepoli cantano e saltano nuovamente, e poi Mastro Antonio incorona don Tammaro)
Socrates softatos.
ANTONIO:
Patron apantalon
Sreta scrofototos.
TAMMARO:
Ton d'apamibomnos.
ANTONIO:
Di pampini di quercia
(gli mette in testa una corona di erba)
Ricevi sta corona:
Meriteresti in testa
Na cercola in persona;
Ma se le forze mancano,
Pigliane almeno il cor.
TAMMARO:
Questa corona accetto;
Ma con Aspasia allato,
D'altra corona aspetto
Vedermi incoronato.
Aspasia, colla Patria
Dobbiamo farci onor.
CALANDRINO:
(Che diavolo mai dice!
Che razza di parlar!)
(Donna Rosa sopraggiunge con Ippolito, che porta una chitarra, Lauretta e detti)
ROSA:
Piazza... piazza...
IPPOLITO:
Date loco...
LAURETTA:
Fate largo un altro poco.
ROSA:
Scendi gi...
(fa calare di sopra la tina don Tammaro, e vi monta essa)
TAMMARO:
Tu che vuoi far?
ROSA:
Di chitarrica armonia
Un trattato voglio dar.
TAMMARO:
Porcheria... porcheria...
ROSA:
Ed a te, anima mia, (ad Ippolito)
Voglio il canto dedicar.
TAMMARO:
Eresia... eresia...
IPPOLITO:
Io gi tocco l'istrumento
Per l'orecchio dilettar.
TAMMARO:
Non lo sento... non lo sento...
IPPOLITO:
E tu canta, e al bel concento
Fa qust'anime bear.
TAMMARO:
Tradimento... tradimento...
ROSA:
Taci, ol: n pi parlar.
LAURETTA, IPPOLITO e CALANDRINO: (a tre)
Via tacete in carit.
CILLA e ANTONIO: (a due)
Zitto mo; che nc'aje da fa'?
TAMMARO:
Questa  cosa da crepar!
ROSA:
Volle il destino mio, volle il mio fato
(Ippolito suona la chitarra, e donna Rosa canta, intanto don Tammaro smania, si contorce, si ottura le orecchie)
Ch'io dessi ad un crudel questo mio core:
Pascere lo facea quel dispietato
Di lagrime, sospiri, e di dolore.
Compassionando il suo dolente stato,
Me lo ripresi alfin dal traditore:
Ora lo dono a te, mio bene amato,
Trattalo con dolcezza, e con amore.
TUTTI:
Viva, viva...
TAMMARO:
Viva un corno.
ROSA:
Taci, ol: n pi parlar.
Miei alunni pecorini,
Sulle cetre, e violini
Fate voi la tarantella:
Che ginnastica pi bela
Insegnar vi voglio qua.
(Li discepoli di don Tammaro prendono le loro cetre, e violini, e suonano la tarantella. Donna Rosa balla, chiamando in piazza tutti ad uno ad uno)
TAMAMRO:
Oh i miei sudori buttati in aria!
ANTONIO:
Oh disonore dell'Accademia!
ROSA, LAURETTA e IPPOLITO: (a tre)
Questa  ginnastica, cotesta  musica.
TAMMARO:
 questo il fistolo che vi sgorgozzoli.
Andate al diavolo, scolari perfidi,
(con un legno caccia via li suo Discepoli, e gli d seguito, e quelli fuggono, e tutti gli vanno appresso, a riserva d'Ippolito, che vien sorpreso dall'Emilia)
La Magnagrecia mi sentir.
(A sei)
ROSA:
 pazzo,  pazzo!
IPPOLITO, LAURETTA:
Che bella scena! Ah ah ah ah!
CALANDRINO:
Egli ammattisce per verit!
ANTONIO:
Oh mondo ignaro! Mi fai piet!
CILLA:
E lo marito manco mme d.
(Emilia vien dalla porta prossima al piano e sorprende Ippolito, ch' restato solo)
EMILIA:
Ferma, imprudente, e dimmi:
Qual legge mai consiglia,
Che a maritar la figlia
Si oltraggi il genitor?
IPPOLITO:
Emilia mia, perdona:
 vero: io l'oltraggiai;
Ma pensa pur, che assai
Sono oltraggiato ancor.
(A due)
Ah dove mai si vide
Pi tormentato cor?
(Don Tammaro che ritorna nella scena con Mastro Antonio, ed indi tutti)
TAMMARO:
Io non mi fido pi di resistere:
Platone, ammazzami per carit.
ANTONIO:
Te servarria con tutta l'anima,
Ma il boja, amico, mme fa tremm.
ROSA:
 pazzo,  pazzo.
LAURETTA:
Che bella scena, ah, ah, ah, ah!
CALANDRINO:
Egli ammattisce per verit.
CILLA:
E lo marito vi' si mme d.
EMILIA e IPPOLITO: (a due)
(Per me pi fulmini il ciel non ha).
FINE DELL'ATTO PRIMO
 ATTO SECONDO
 SCENA I
Camera.
LAURETTA, CILLA e CALANDRINO.
CALANDRINO:
Lauretta: va'; conduci pur costei
Da Donna Rosa, e dille
Che la tenga in ostaggio
Della mia fedelt; ch'io, ravveduto,
Mi fo del suo partito,
N aderente pi son di suo marito.
LAURETTA:
Che mutazione  questa?
CALANDRINO:
Non voglio, Laura mia, perder la testa.
Tra poco, mia Cilletta,
Ci rivedrem: frattanto in compagnia
Tu sarai di Lauretta.
CILLA:
No, no: mme piglio scuorno.
LAURETTA:
E di che, Cilla mia? Io son donna,
Come sei tu. Son ragazza anch'io;
Insieme giuocheremo, mangeremo...
CILLA:
E farimmo a l'ammore?
LAURETTA:
Lo faremo.
CILLA:
S, 'ncopp' a na chitarra.
LAURETTA:
E perch, non si pu?
CILLA:
Ca nce vo l'ommo.
E che gliannola! Che? Si' proprio locca.
LAURETTA:
(Par che l'intenda la mia cara gnocca!)
CALANDRINO:
Non dubitar, Cilletta mia dolcissima,
Subito sar teco. Intanto, cara,
Se Socrate venisse,
Non gli parlare.
CILLA:
A mme? Lo brutto arrjeso
Non mm'ha voluto da' manco na pettola!
Ora vi' si se ponno
Acconcia' chi li sanghe.
CALANDRINO:
E dici bene;
Ma se a parlar ti viene
Un'altra volta di marito?
CILLA:
Appila.
Io mme voglio sposare co no ciuccio:
Ne' ha che sprtere niente sto signore?
LAURETTA:
Il gusto  delicato.
CALANDRINO:
E perch un asino,
Se qui son io per te? Dunque, mia Cilla,
Affatto io non ti premo?
CILLA:
Ah bene mio, e comme site scemo!
Quann'aggio ditto ciuccio, ve potvevo
Smacenare ca 'ncuorpo
Io parlava de vuje.
CALANDRINO:
Grazie infinite.
LAURETTA:
Ah... ah... bel complimento.
CILLA:
Nuje trottate
Parlammo sempe 'nzifera co l'uommene.
N' lo ve', bella nenna?
LAURETTA
Oh certamente.
CILLA:
Avite da fa poco co nnuje fmmene;
Sa comme simmo maleziose? cspita!
CALANDRINO:
Oh si vede da te, che la malizia
Ti piove dalla fronte.
CILLA:
Sa', che partita simmo de lo Conte!
Si na femmena ve dice:
Si' ber giovene bonn
Co lo core la schefce
Fuss'acciso ve vo d.
CALANDRINO:
Laura, Laura, va cos?
LAURETTA:
Con voi parla, mio signore;
Ma cos so che non .
Son le donne tutto core,
E lo veggio ben da me.
CILLA:
Maram, vi' che buscia!
LAURETTA:
Tu t'inganni, Cilla mia,
Siamo pure colombine...
CILLA:
Simmo tante marranchine.
LAURETTA:
Siamo candide e sincere...
CILLA:
Simmo fauze e 'ntapechre.
LARETTA:
 per gli uomini la donna
Tutt'amore e fedelt...
CILLA:
Vi' la scigna comm'attonna,
Vi' si n'ommo vo' parl.
(partono Lauretta e Cilla)
CALANDRINO:
Seguitate, ch' la gara
Troppo cara - in verit.
 SCENA II
CALANDRINO solo, indi DONNA ROSA e IPPOLITO
CALANDRINO:
E il mio signor filosofo voleva
Colla granfetta togliermi di bocca
Questo tordo gentil? Ma questa volta
Accade al ser mio Zucca,
Quello che accadde a' pifferi di Lucca.
ROSA:
Signor Bibliotecario
Senza la biblioteca, dunque lei
Conobbe alfin, che mio marito  un matto?
CALANDRINO:
E chi non lo conosce?
IPPOLITO:
E pur ussignoria,
Con una faccia a prova di sassate,
L'incensava a due mani.
CALANDRINO:
Ma che ci fa, signor? Siam cortigiani.
Li tempi sono scarsi, li padroni
Voglion esser grattati... e noi grattiamo.
Questo  parlar da galantuomo.
ROSA:
Questo
 parlar da birbone. Io so che in Corte
Vi  pur chi pensa e vive
Con massime di onor.
CALANDRINO:
Ma questo tale
Come termina poi? All'Ospedale!
Ma basta, a penitenza
Eccomi qui. Serbatemi Cilletta,
E di me disponete a barda, e a sella.
ROSA:
E ben: ritrova il modo
D'indurre mio marito a dar l'Emilia
Per isposa ad Ippolito.
CALANDRINO:
Non altro?
 bello e ritrovato. Il mio parere...
IPPOLITO:
Taci: Tammaro vien col suo barbiere.
ROSA:
Che gli venga la peste. Donn'Ippolito,
Ritirati in disparte. Voglio ancora
Con lui parlare, e poi
Ti chiamer.
IPPOLITO:
Mi raccomando a voi.
(si ritira nella scena, e da volta in volta si fa vedere furtivamente)
 SCENA III
DON TAMMARO, MASTRO ANTONIO, DONNA ROSA e CALANDRINO
TAMMARO:
Simia bibliotecario, ascolta... oh Dei!
(avvedendosi di Donna Rosa)
Il mio canchero  qui.
ANTONIO:
Vta, cocchiero,
Ca la via  sfonnata...
TAMMARO:
Perch parti?
ANTONIO:
Perch sento da lungi
Un terribile feto di carocchie.
TAMMARO:
E bene: in quella stanza
Attendimi fintanto
Ch'io non ti appello. Voglio favellare
Con quella ossessa.
ANTONIO:
E si te schiatta n'uocchio?
TAMMARO:
Volesse il ciel: la mia pazienza allora
Risalterebbe meglio
Sulla mia guasta faccia veneranda;
Ma tanto poi dal ciel sperar non lice.
ANTONIO:
No: statte de buon core,
Ca sta grazia tu ll'aje:
E si manc'ogge, non te manca craje.
(si ritira in un'altra scena, opposta a quella ove si cel Ippolito)
 SCENA IV
DONNA ROSA, DON TAMMARO e CALANDRINO
CALANDRINO:
(Vediamo un poco dove
Termina questa scena).
ROSA:
Eh: tu?... non senti?
TAMMARO:
(Con me non parla certo. In questo modo
Se si chiamasse un savio, sentiresti
Suonare in Grecia le Campane ad armi).
ROSA:
Tu... ohi... a chi dico io? Tammaro...
TAMMARO:
Tammaro!
Che Tammaro? Chi  Tammaro?
Dov' pi questo Tammaro?
Socrate solo in questa stanza io veggio.
CALANDRINO:
(Se lo fate adirar farete peggio).
(a donna Rosa)
ROSA:
(Moderiamoci). Siedi,
Marito mio.
TAMMARO:
Sediamo. (seggono)
ROSA:
In somma noi staremo
Sempre in discordia? Sempre?
TAMMARO:
E chi ci colpa? Tu.
ROSA:
Io? mai tal cosa:
Ci colpi tu...
TAMMARO:
Tu, tu...
ROSA:
Tu, tu ci colpi...
TAMMARO:
Non  vero: lo giuro pel dio Pane,
Det della Grecia.
ROSA:
E io lo giuro per il dio Formaggio,
Deit della Puglia.
TAMMARO:
E ti par poco avermi
Profanata la Scuola?
ROSA:
E ti par poco avermi
Rovinato la Casa?
TAMMARO:
Non ti par nulla avermi
Rovinati i Discepoli,
Derisa la Ginnastica?
ROSA:
Non ti par nulla, avermi
Proposto mastro Antonio
Per marito di Emilia?
TAMMARO:
Ti par cosa di niente, alla mia corda,
Che un altro poco tiene,
Anteporre il suono
Di chitarra proterva?
Che dir Grecia? che dir Minerva?
ROSA:
Ti par cosa di niente, con tua moglie
Dichiararti per Cilla,
Quando nemmeno  degna
Di star meco per serva?
Che dir Grecia? che dir Minerva?
CALANDRINO:
Ma lasciate i rimproveri una volta,
E diamo un equilibrio alla bilancia,
Riguardo a Cilla...
TAMMARO:
Cilla! Chi  Cilla?
 uscito Cilla adesso. Aspasia, Aspasia.
Ma riguardo a costei
Non accade altro dir. Gi del mio letto
La dichiarai terzo cuscino.
CALANDRINO:
(Oh Dio!)
ROSA:
(Non ti agitar: gi sai (a Calandrino)
Che parla un matto. Cilla
 in poter mio, ed io son viva ancora:
Lasciatelo delirare in sua malora.
Pensiamo per Ippolito).
CALANDRINO:
E ben resti appagato il vostro genio;
(a Tammaro)
Vuol per la giustizia,
Che compensata pure in qualche parte
La compiacenza sia di vostra moglie.
TAMMARO:
E che ho da fare?
CALANDRINO:
Date
A vostra figlia Ippolito. Che dite?
TAMMARO:
Ma Platone...
CALANDRINO:
Platone  un gran filosofo,
E la legge di Socrate,
Qualunque sia, rispetter.
TAMMARO:
Va piano:
Ho gi pensato come
Salvar la capra, e i cavoli. Platone
Non aver di che lagnarsi, e Ippolito
Sposer la mia figlia.
ROSA:
Ah caro mio marito! (l'abbraccia)
CALANDRINO:
Oh Socrate immortale! (gli bacia la mano)
TAMMARO:
Chi bene sa pensar, non pensa male.
ROSA:
E si faran le nozze questa sera?
TAMMARO:
Questa sera? Or, adesso, in questo istante,
Chiamate Donn'Ippolito, chiamate
La mia diletta figlia: nozze, nozze.
Io voglio al mio Laerzio
Oggi somministrar novello inchiostro.
ROSA:
Oh contento!
CALANDRINO:
Oh piacer! (Il porco  nostro!)
Per quest'azione, cos magnifica
Come un pallone, la fama garrula
Per tutto l'orbite, vi balzer.
Socrate, Socrate, diranno gli artici;
Socrate, Socrate, diran gli antartici;
E fino il Diavolo, con voce chioccia,
Socrate, Socrate, risponder.
(Ma verr Cillide, nel mio cubicolo;
Ma Cilla amabile, la mia sar).
(parte, e s'incontra con Emilia e Lauretta)
 SCENA V
DONNA ROSA, DON TAMMARO, indi EMILIA, LAURETTA e CALANDRINO che ritorna, IPPOLITO da una parte, MASTRO ANTONIO dall'altra.
ROSA:
Vieni, Ippolito, vieni. Emilia  tua.
IPPOLITO:
Come? Ah, l'alma mi manca!
TAMMARO:
Vieni, Platone.
ANTONIO:
Jammo mazza franca?
CALANDRINO:
Era qui vostra figlia.
EMILIA:
Eccomi pronta
Al paterno volere.
LAURETTA:
(Gran folla all'osteria! stiamo a vedere).
TAMMARO:
Mia figlia, il mondo dice,
Che son io il tuo Padre,
Per la forte ragione
Ch'io giammai non poteva esserti madre.
Ora dando per vero
Che mi sei figlia, voglio che distingui,
Qual differenza ci  tra padre e padre.
Molti fanno morire
Disperate le figlie
Per non darle un marito: io per l'opposto,
Con saggio avvedimento,
Due mariti in un punto ti presento.
Sposali dunque entrambi, e il mondo impari
Come i Savi risolvono gli affari.
Figli, ma non di padre,
(a Ippolito e mastro Antonio)
Ecco la vostra moglie:
Fatevi, o Figli, onor,
Figlia, diventa madre,
Anticipa le doglie,
Consola il genitor.
Ch'io dalle stelle gravide
Gi veggo in te discendere
Filosofi, mitologi,
Istorici, antiquari;
E tra medaglie e niccoli,
Sarete voi, miei generi,
Le due corniole celebri
Della futura et.
Tanto prevede, e annunzia
La mia bestialit. (parte)
 SCENA VI
DONNA ROSA, EMILIA, LAURETTA, IPPOLITO, MASTRO ANTONIO e CALANDRINO
ROSA:
Matto briccone!
CALANDRINO:
Testa di pan cotto.
IPPOLITO:
Udisti Emilia? A questa pazza legge
Il rispetto filial, che ti consiglia?
EMILIA:
Povero Genitor! Povera figlia.
LAURETTA:
(Veramente la legge tanto male
Poi non sarebbe, se la stesse in uso).
ANTONIO:
(Vi' mo, ch'uto cravunchiolo mm' schiuso!)
Ora su, cammarata,
Giacch avimmo d'apri' ragion cantante,
Vedimmoncella a cinco primerelle,
Chi de nuje primmo l'ha da da' la mano.
(caccia dalla saccoccia un mazzo di carte)
IPPOLITO:
(Io perdo la pazienza)
ANTONIO:
Che facimmo?
Co perucca o pollanca?
ROSA:
Eh vanne in tua malora,
O ti rompo le braccia!
ANTONIO:
A chi? A Pratone?
ROSA:
A te, a te.
ANTONIO:
Oh diavolo!
IPPOLITO:
Se pi parli di nozze:
Se pi ardisci guardar l'Emilia in faccia,
Io l'anima ti passo.
ANTONIO:
Ohje perucchella,
Non te credere asciare Mastro Socrate,
Ch' no sacco de mazze; ca la mia
 n'uta specie de felosochia.
Io zompo arreto e piglio vreccie.
IPPOLITO:
Indegno...
(se gli avventa sopra, ma  trattenuto)
ROSA ed EMILIA: (a due)
Ippolito...
LAURETTA e CALANDRINO: (a due)
Che fate...
IPPOLITO:
Oh Dio! Lasciatemi!...
ANTONIO:
No lo lassate, ca ne faccio agniento
CALANDRINO:
Per carit soffrite... (a don Ippolito)
IPPOLITO:
E soffrir deggio che sul volto mio...
ANTONIO:
Zitto mo co sto vordo, ca nce tiene,
Benedica, na ptena,
Che manco te la scozzeca
Na cannonata carrecata a punie!
EMLIA:
E lo vuole insultare!
IPPOLITO:
Ma lasciatemi alfin...
ROSA:
Ma che vuoi fare?
IPPOLITO:
Voglio di quell'audace
Punir l'infame orgoglio.
Tu d'insultar capace!
No, che soffrir non voglio;
N lo permette Amor.
Nell'alma mia lo sdegno
Non pu calmarsi, indegno!
N pu frenarsi il cor.
(terminata l'aria, prende a calci Mastro Antonio, e lo seguita cos dentro la scena, andandogli appresso Calandrino e Lauretta)
ANTONIO:
Va chia'... mmalora cincalo...
Ca mme stracce la toga... fuss'acciso!
 SCENA VII
DONNA ROSA, EMILIA e poi IPPOLITO, che ritorna con LAURETTA e CALANDRINO.
ROSA:
Lo spettacolo inver degno  di riso.
EMILIA:
Ecco un nuovo disturbo!
IPPOLITO:
Compatite
Un mio breve trasporto.
LAURETTA:
Ma calzante.
CALANDRINO:
Il fatto  fatto: ora veniamo al punto.
IPPOLITO:
Ebbene, Emilia mia, vorresti ancora
Dipender da tuo padre? Gi vedesti,
Nel maritarti a doppio, ch'egli ha fatto,
Ch' tra i matti arcimatto.
E tu vorrai delle sue pazze idee
Esser pi pazza esecutrice? eh via,
Risolviti una volta ad esser mia.
EMILIA:
E perch mai tu vuoi, che con un fallo
Io macchi l'innocenza
Dell'amor mia? Ti sposer: qualora
Preceda le mie nozze
Un paterno comando.
CALANDRINO:
E siamo l, ma s'egli  pazzo: diavolo!
EMILIA:
Potr guarir. Frenetico
Egli  di pochi giorni; e se ritorna,
Come io spero, in buon senno, e che mi trova
Serva del mio capriccio
E d'Ippolito moglie, io non m'espongo
Ai rimproveri suoi? Ancor che fosse
Debole sempre il suo pensar, costante
Pur sempre alle sue voglie
Tenni le mie legate:
Or perch mai bramate,
Ch'io perda in pochi istanti
Il dolce merto di tanti anni, e tanti?
ROSA:
Ma tu, sposando Ippolito,
Ubbidisci benissimo a tuo Padre:
Egli gi due te n'offer poc'anzi.
Prenditi questo tu, e l'altro resti
A nettarsi la bocca,
Che finalmente uno te ne tocca.
EMILIA:
Oh Dio! a poco a poco
Io mi sento sedurre.
IPPOLITO:
Emilia mia,
Abbi di me piet.
LAURETTA:
Via, che facciamo?
EMILIA:
E ben: si trovi il modo
Che ad Ippolito solo
Oggi dal padre destinata io sia,
Ed Ippolito avr la destra mia.
IPPOLITO:
Ah Calandrino amato...
CALANDRINO:
Non pi, tacete. Il modo  gi trovato.
ROSA:
E che pensi di fare?
CALANDRINO:
Udite... Oh cttera!
Viene vostro marito.
Nascondetevi dietro a quella bussola,
E date orecchio a tutto ci ch'io dico:
Ch'io, parlando con lui, far comprendervi,
Quel che dovete fare. Tu, Lauretta,
Qui meco resta. Andate.
ROSA:
Andiamo, amico.
IPPOLITO:
Vieni, mio dolce amore.
EMILIA:
Rendimi, amico Ciel, la pace al core.
(si ritirano Donna Rosa, Emilia e Ippolito)
 SCENA VIII
LAURETTA, CALANDRINO e subito DON TAMMARO, e MASTRO ANTONIO
LAURETTA:
Or io che deggio far?
CALANDRINO:
Devi dar ciarle
A Mastro Antonio, acci non venga appresso
Al mio padrone, quando ha da venire
Con meco in certo luogo, che ho pensato.
TAMMARO:
Ma veramente fosti bastonato?
(a Mastro Antonio)
ANTONIO:
Comm'a na bestia... Ma so' cc li tieste.
(accennando Lauretta e Calandrino)
Parlate vuje: che battara de cuce
Aggio avuto mo 'nnante?
LAURETTA:
Il poverino
Facea piet.
CALANDRINO:
Facea spezzarmi il cuore.
ANTONIO:
No, Socrato, 'sta vta
Si tu non te risiente, io nce so' 'mpiso.
TAMMARO:
Platone.
ANTONIO:
Gno'.
TAMMARO:
Buttati inginocchioni,
E domanda perdono ai Greci Dei.
ANTONIO:
E perch m?
TAMMARO:
Perch un ingrato sei.
Dimmi: qual  la via della Sapienza?
ANTONIO:
Porta Sciuscella.
TAMMARO:
Non intendi.
ANTONIO:
E ossia
Pecch l'addimmanne?
TAMMARO:
La pazienza  strada
Della virt: le bastonate sono
Strada della pazienza. Il Savio e l'Asino
Sono specchi tra loro. Il Cielo dunque
Ti vuol perfezionare,
Se gi principia a farti bastonare.
ANTONIO:
Lo Cielo veramente
Ne potea fa de manco de pigliarse
Sto fastidio pe mme.
CALANDRINO:
Eh! Mi dispiace,
Che se lo piglier pi di una volta.
LAURETTA:
Ne prese gi la via.
ANTONIO:
E chesta appunto  la paura mia!
(con dispetto va a sedersi in un angolo della scena)
TAMMARO:
Ma come prevedete
Tanti abissi di grazie per Platone?
CALANDRINO:
Perch Ippolito tien brutta intenzione.
ANTONIO:
Lo ssiente mo?
TAMMARO:
Felice te! t'invidio.
ANTONIO:
E ba lo trova, apprttalo,
Fatte scorna' pe mme: pozzo di' uto?
CALANDRINO:
Socrate, parlo chiaro: nelle nozze,
Che per tua figlia disponendo vai,
Io ci distinguo dentro
Una rea convulsion di stelle isteriche.
Dimmi un poco: di questo matrimonio
Ti consigliasti mai col tuo Demonio?
TAMMARO:
No, Simia caro.
CALANDRINO:
Oh Dio! Socrate primo,
Senza cercar consiglio al suo Demonio,
Nemmen dava un'occhiata:
E tu, Maestro...
TAMMARO:
Ho fatto la fritatta!
(si d uno schiaffo, e resta pensieroso)
CALANDRINO:
Ascolta, fa una cosa:
In questo punto andiamo (io parlo forte,
Acci si senta ben, quel che gli dico),
Andiamo nel grottone
Prossimo al tuo giardino, ed ivi prega
Supplice e penitente il tuo Demonio,
Che visibil si renda e guidi seco
L'ombra ancor di Cicilia,
La prima moglie tua, madre di Emilia.
Tu con questi consigliati
Del pi e del meno sopra queste nozze:
Cos almen stai sicuro
Tra Ippolito, e Platone
Di non prendere qualche farfallone.
Riflettici! (Udiste voi, Signora?
(parla sotto voce verso la scena, dove stanno celati Ippolito, Donna Rosa e l'Emilia)
Fate quell'ombra, e faccia Donn'Ippolito
Quel Demonio, che ho detto. Andate presto).
LAURETTA:
(Che furbo!)
CALANDRINO:
Che facciamo?
Non ti risolvi?
TAMMARO:
Ho risoluto: andiamo.
(parte con Calandrino)
 SCENA IX
LAURETTA e MASTRO ANTONIO
ANTONIO:
Addo' vaje, Mastro Socrate...
(si avvia per andare appresso a Socrate)
LAURETTA:
Fermate:
Egli ha da conferir col suo Demonio,
E deve andarci solo.
ANTONIO:
Buon viaggio.
Ed io mme ne jarraggio da mia figliema
(Avesse da veni' chillo mmalora!)
(si avvia come sopra)
LAURETTA:
Ma piano, non fuggite,
Che non son finalmente un coccodrillo.
ANTONIO:
Io non fuggo da te, fuggo da chillo.
LAURETTA:
Eh: s. Dite pi presto
Che per me non avete
Pi quell'amor di prima, crudelaccio!
ANTONIO:
E chesto m che nc'entra?
LAURETTA:
Come che ci entra? forse non son io
La vostra innamorata?
Nella notte passata non vi ho detto
Che Amor per voi mi allaccia
E voi mi avete sospirato in faccia?
ANTONIO:
A mme?
LAURETTA:
S voi: ch, dico la bugia?
Poi ve n'andaste via,
E nel vostro partir mi posi a piangere:
La mano vi baciai:
E piangendo, piangendo, mi svegliai.
ANTONIO:
Te scetaste?
LAURETTA:
Sicuro: se dormivo.
ANTONIO:
E fuss'accisa: di', ch' stato suonno!
LAURETTA:
Oh sogno, signors; ma  stato tale,
Che parea naturale naturale.
ANTONIO:
Figlia mia, co sti suonne
Chiantarrisse no chiappo 'n cann'a pteto.
LAURETTA:
(Io non so pi che dir per trattenerlo).
ANTONIO:
Ors: schiavo...
LAURETTA:
Sentite:
Posso dar qualche fede a questo sogno?
ANTONIO:
Ora vide Cupido
Comme diavolo tenta li felsoche!
Statte bona...
LAURETTA:
Sentite:
ANTONIO:
Tu vuo' proprio
Che benga Donn'Ippolito?
LAURETTA:
Ma vi piace il mio sogno?
ANTONIO:
Po' parlammo...
LAURETTA:
Ma dite almen...
ANTONIO:
Potta de craje matina!
Si' non 'nghiasto de pece e tremmentina,
T'aggio ditto, statte bona?
T'aggio ditto, po' parlammo?
E tu torna, canta e sona,
'Ncoccia, zuca, dlle, 'nfetta...
Cara figlia benedetta!
Non ha il regno zucatorio
Zucatrice cchi de te!
E tu saje ch'a ora a ora
Po' veni' chillo mmalora,
C'ha l'artteca co mme.
E finisci, col malanno
Che ce vatta a tutte tre.
(fugge e lo segue Lauretta)
 SCENA X
Orrida grotta, nella quale s'introducono poche liste di luce da qualche apertura fatta dal tempo nella volta di essa. Met del suo prospetto contiene un rustico muro con gran porta di vecchie tavole, fermate da un chiavistello. L'altra met del prospetto vien formato da molti archi tagliati dallo scalpello nel sasso.
DON TAMMARO con ARPA, e CALANDRINO e CORO di FURIE
CALANDRINO:
Ecco la grotta. Or invocate il vostro
Demone amico e l'ombra di Cicilia.
Ed acci non vi sia
Alcuna soggezione, io vado via. (parte)
TAMMARO:
Calimera,
Calispera,
Agatonion
Demonion,
Pederaticon
Socraticon.
CORO:
Chi tra quest'orride
Caverne orribili
Con greca musica,
Che strappa l'anima,
Ci empie di spasimo
Dal capo al pi?
Nel cupo baratro
(le Furie ballano intorno a don Tammaro, scuotendo le loro faci in modo disdegnoso)
L'empio precipiti:
Ed il suo cranio
Serva a Proserpina
Come di chicchera
Per l'erbat.
TAMMARO:
Simia... Simia... ajuto... oim!
(suona e canta tremando)
Me ne torno, Furie care...
CORO:
No.
TAMMARO:
Qui dunque ho da restare? (come sopra)
CORO:
S.
TAMMARO:
Ma siate men rubelle, (come sopra)
Furie belle, almen con me.
CORO:
Misero bufalo,
Almeno spiegati:
Tra queste fetide
Nere caligini
Tremante e pallido
Che vieni a far?
Qui solo albergano
Sospiri flebili,
Dolori colici,
Affetti isterici,
E tu qui libero
Ardisci entrar?
TAMMARO:
Io son Socrate, e vorrei
(suonando e cantando come si  detto)
Il mio Demone inchinar;
E coll'ombra mi dovrei
Di Cicilia consigliar.
CORO:
Oh degno Socrate,
Entraci, entraci:
Casa del Diavolo
 al tuo servizio;
Le porte ferree
S'apran per te.
 SCENA XI
Scoppia un tuono preceduto da un lampo di bianchissima luce, e si riempie la scena di infinite stelle volanti: si spalanca la porta del prospetto, e sopra piccola macchinetta, formata a guisa di un carro, si ritrovano seduti Donna Rosa da ombra di Cicilia adornata di fiori, e Ippolito bizzarramente vestito da Demonio.
DONNA ROSA, IPPOLITO e DETTO
(Don Tammaro, all'improvviso spettacolo, colpito da forte timore, cade sulle ginocchia e trema)
IPPOLITO E ROSA: (A DUE)
Il
mio
bene:
il
mio
consorte

tuo


tuo

Oggi
torno
a riveder.

torni

Troppo
devo
alla
mia
sorte.

devi

tua

Troppo
devo
al
mio
poter.

devi

tuo

(calano dal carro)
IPPOLITO:
Socrate,  qui Cicilia;
Il tuo Demone  qui. Parla, se vuoi.
TAMMARO:
Illustrissimo mio signor Demonio...
Ombra adorata di Cicilia mia...
IPPOLITO:
Tu tremi?
TAMMARO:
Non signore.
IPPOLITO:
E perch tanto
Ti balza il core in petto?
TAMMARO:
 rispetto, illustrissima,  rispetto.
IPPOLITO:
Mira la tua Cicilia!...
TAMMARO:
Benedica!...
Nell'altro mondo si  ingrassata bene.
Ma che cosa ella tiene
Di nero in faccia?
(vedendole un mascherino nero, che donna Rosa tiene sul volto per non farsi conoscere)
IPPOLITO:
Nel passar che fece
Il fiume di Acheronte,
Una piccola goccia di quell'acqua
Le and sul volto, e lo scott.
TAMMARO:
Corbezzoli!
Ed or come ti senti, anima mia?
ROSA:
Crudel, non dirmi tua!
Se tale io fossi ancora, con Emilia
Tu non saresti un dispietato padre;
Chi trafigge la figlia, odia la madre.
TAMMARO:
Io trafigger la figlia!
Ombra diletta, tu t'inganni l'anima!
IPPOLITO:
Socrate, il tuo delitto
Non accade negar. Tutto sappiamo
Le nozze stabilite
Tra Platone e tua figlia,
Senza l'intesa mia, son per l'Emilia
Una morte spietata.
ROSA:
Sono per l'ombra mia una stoccata.
TAMMARO:
Ma Platone...
IPPOLITO:
Che parli di Platone?
Come puoi un birbone
Vestir di nome rispettabil tanto?
TAMMARO:
Senta, signor Demonio: lei non creda
Ch'io faccia le mie cose
Con gli occhi nelle scarpe. Io mi sognai
Un gallinaccio tronfio e pettoruto,
Che la purpurea testa
Univa quasi alla rotante coda.
Mi sveglio, e mi rammento
Del Cigno di Platone. La mattina
Vien da me Mastro Antonio, e in lui ritrovo
Del gallinaccio mio la vera effigie.
L'abbracciai, lo baciai,
E Platone Secondo lo creai.
Che dice adesso lei?
ROSA:
Perbacco, s'io non fossi
Un'ombra adesso, ti darei de' schiaffi.
TAMMARO:
Ombra cara, e perch?
ROSA:
Perch tu sei
Un pazzo arcipazzissimo.
TAMMARO:
Io pazzo!
ROSA:
S, pazzo. Dimmi un poco: egli  da savio
Proporre a Donna Rosa
Di volerti pigliare un'altra moglie?
Di offerire a tua figlia due mariti?
TAMMARO:
Ma la popolazione...
ROSA:
Sei un pazzo, un briccone.
IPPOLITO:
Socrate, si concluda.
Sposi Ippolito Emilia; Calandrino
Sia marito di Cilla; e un'altra volta
Torni a fare il barbiere Mastro Antonio.
TAMMARO:
Veda, signor Demonio...
ROSA:
Di pi, fa donazione a Donna Rosa
Di tutta la tua roba,
E appltala che porti
Le brache in casa, e gitti la gonnella.
Ah tu non sai, che brava donna  quella.
TAMMARO:
Ma io...
IPPOLITO:
Se pi ti opponi,
Tuo nemico sar, quanto ti fui
Fido amico finora.
TAMMARO:
Ma se...
ROSA:
Birbante, difficulti ancora?
Perfido, ti abbandono;
Fuggo; ti lascio; e al mio fatal soggiorno
Disdegnosa ritorno.
Passer nuovamente
Il fiume di Acheronte;
E se non ci  Caronte,
Per uscir d'imbarazzo
Mi accorcio i panni, e passerollo a guazzo.
Ma torner, vestita poi di lutto,
Spirto peloso e brutto,
E ti tormenter la notte, e il giorno.
Socrate, trema. A lungo andar ti scorno.
Se mai vedi quegli occhi sul volto
Diventarti due grossi palloni,
Di': son questi gli estremi schiaffoni,
Di Cicilia, che freme con me.
Ma la cosa finita non .
Ce n' per Mastro Antonio,
Per Cilla pur ce n'.
Con calci, schiaffi e pizzichi
Mi vendico per Bacco:
Ne voglio far tabacco!
Li scortico, li sgozzo,
Li strozzo - per mia f.
Gi so che l'ombra mia
Dentro la Vicaria
Ha da finir per te. (parte)
IPPOLITO:
Socrate, che si fa?
TAMMARO:
Son risoluto.
Signor Demonio, lei mi d licenza:
Vado a disdirmi con Platone e Aspasia.
Se mi disgusto a lei,
Un Socrate di stoppa io resterei.
Non son cos balordo.
A rivederla.
IPPOLITO:
 nella pania il tordo.
 SCENA XII
DONNA ROSA, EMILIA, indi LAURETTA e detto.
IPPOLITO:
Emilia, sei contenta?
EMILIA:
Io qui celata vidi
Quanto l'arte oper. Vediamo adesso
Quel che il padre risolve.
ROSA:
Allegramente:
Superato  l'impegno. Quel barbiere
Uscir di mia casa; e tu di Emilia
(a Ippolito)
Sarai alfin contento,
Se penasti finora.
EMILIA:
E pure il cor sento tremarmi ancora.
IPPOLITO:
Ma non pi tormentarti, Emilia mia,
Con que' palpiti tuoi.
LAURETTA:
Guai con la pala: poveretti noi! (affannata)
ROSA:
Cos'?
LAURETTA:
Quella sciocchissima di Cilla
Vi ha veduti dal buco della chiave
Vestiti in questa foggia, ed a suo padre
Il tutto ha riferito.
La disgrazia ha poi fatto che il padrone,
In uscir della grotta, s' incontrato
Con Mastro Antonio, il quale
L'avr parlato certo
Di questa mascherata;
Perch, stando io celata,
Ho veduto il padron darsi due schiaffi,
E poi ha detto forte:
Andiamo da tua figlia:
Voglio appurar la verit qual sia.
E mordendosi un dito,  andato via.
ROSA:
Ma vedete se il diavolo
Poteva far di peggio!
IPPOLITO:
Iniqua sorte,
Sei tu contenta?
EMILIA:
Eccomi, Ciel tiranno,
Un'altra volta al mio crudele affanno.
(si butta sopra un poggio, e piange)
 SCENA XIII
CALANDRINO e detti
CALANDRINO:
Salute a lor signori,  morto l'asino.
IPPOLITO:
Cos morto foss'io.
CALANDRINO:
Che? Lo sapete?
Il diavol colla testa
Ha dato nella tela, e l'ha guastata.
ROSA:
Maledetto destin!
EMILIA:
Sorte spietata!
LAURETTA:
Signora mia, non furon mai le smanie
Medicine de' mali.
Bisogna rimediar.
CALANDRINO:
Risoluzione.
Or qui bisogna dare
Un potente sonnifero al padrone,
Acci dorma alla lunga; e per contrario
Bisogna dare a credere al barbiere
Che la bevanda sia
Un venenoso succo,
Che i giudici di Atene
Hanno mandato al processato Socrate.
ROSA:
Ma perch questo?
CALANDRINO:
Vi dir: credendo
Mastro Antonio che sia
Il sonno del padron sonno di morte,
Senz'altra speme di sposar l'Emilia,
Ander via. Pi facilmente allora
Io potr Cilla avere;
E dormendo il padrone,
Voi potrete di Emilia
Meglio disporre, e consolare Ippolito.
Quando si sveglia poi,
Quello che piace al Ciel sar di noi.
IPPOLITO:
Tutto va bene; ma con quale industria
Farai al tuo Padrone
Tracannar la bevanda?
CALANDRINO:
Ho gi pensato.
Socrate dal Senato
Fu condannato a bere
La cicuta spremuta in un bicchiere.
Noi lo stesso diremo al nostro Socrate,
Che per rendersi uguale dell'intutto
A quel Socrate antico, la pozione
Bever senza meno,
Credendola veleno.
Anzi di pi far, che Mastro Antonio
Vada da certi miei fidati amici,
Che travestir far da Senatori,
Come venuti dalla Grecia, e questi
Gli daran la bevanda,
Acci Socrate nostro la riceva
Per mano di Platone, e se la beva.
ROSA:
Purch riesca, la pensata  buona.
CALANDRINO:
Ora andate a spogliarvi di questi abiti,
E afflitti e lagrimanti
Affollatevi intorno al nostro Socrate,
Come informati gi del suo destino.
IPPOLITO:
Ma per quale delitto gli diremo
Ch'egli deve morir?
CALANDRINO:
Ci penseremo.
Non si perda pi tempo. Andiamo.
ROSA:
Andiamo.
Dichirati, Fortuna,
Una volta per noi. (parte con Ippolito)
IPPOLITO:
Sospendi almen per poco i sdegni tuoi.
LAURETTA:
Signorina, cos'? Non vi movete?
Andiamo da Pap.
EMILIA:
E con qual volto
Posso a lui presentarmi? Egli la trama
Tutta scovr.
LAURETTA:
Ma nulla sa di voi.
EMILIA:
Se nol sa, lo saprebbe:
L'istesso mio rossor mi accuserebbe.
Dal mio rimorso atroce
Con barbaro tormento
Tutta nel sen mi sento
L'anima lacerar.
Tu l'innocenza mia,
Crudel tiranno Amore
Volesti nel mio core,
Perfido, avvelenar.
(parte con Lauretta)
 SCENA XIV
Camera
DON TAMMARO e CILLA.
TAMMARO:
E si son mascherati?
CILLA:
Gnors: ve ll'aggio ditto n'uta vota.
Essa s' mmascarata da confrato
Co no cmmeso janco, e tanta sciure:
E chillo s' bestuto cravonaro.
TAMMARO:
Me l'hanno fatta, via: l'inganno  chiaro!
Burlar Socrate? Oh Numi!
E di pi profanare
Un'Ombra ed un Demonio!
CILLA:
N si' Socreta?
TAMMARO:
Ma che Demonio poi? Non gi lo dico
Perch sia mio Demonio,
Ma perch veramente
Tra li Demoni nasce galantuomo.
CILLA:
Si' Socreta...
TAMMARO:
Che inganno!
CILLA:
Si' Socreta, e respnneme a malanno!
TAMMARO:
Che vuoi, mio bel visino?
CILLA:
Volit'uto da me?
TAMMARO:
Dove ne vai?
CILLA:
Voglio i' a bedere la pupata mia
Si s' scetata. Pe' beni' co' buje
L'aggio lassata sola
Dinto a la connolella, e si se sceta
Sentarisse li strille arrassosia!
TAMMARO:
Aspetta un altro poco, Aspasia mia.
(Per rompere le gambe totalmente
A Xantippe ed al greco delle Nottole,
Bisogna in questo istante
Dar mia figlia a Platone,
Ed io sposarmi questa colombella).
CILLA:
N, che facimmo?
TAMMARO:
Io voglio darti, o cara,
Quello che ti ho promesso.
CILLA:
Comm'a dire?
TAMMARO:
Un marito, adesso adesso.
CILLA:
S, na cocozza pazza: vuje non site
Stato capace de mme da' na pttola,
Pe mme fa no mammuocciolo, e spassarme;
E po' volite darme
No marito che fricceca? Sarra
Na bella locca, se ve creddarra.
TAMMARO:
Tra poco lo vedrai. Vado a chiamare
Sofrosine e Platone.
Ora da te son'io...
 SCENA XV
DONNA ROSA, LAURETTA, EMILIA che resta indietro, IPPOLITO e poi CALANDRINO e detti.
ROSA:
Ah, ferma... dove vai, marito mio?
TAMMARO:
Longe, longe da me, profanatori
D'Ombre vaganti e di Demon illustri
(a Donna Rosa e Ippolito)
ROSA:
Ah cuor mio, non ti sdegni
Un picciol scherzo che da noi si fece.
Un colpo pi funesto
Ti prepara a soffrir.
IPPOLITO:
Che giorno  questo!
TAMMARO:
Ma che cos'? parlate.
ROSA:
Ecco Simia che vien: parla con esso.
CALANDRINO:
Prendi, Maestro mio, l'ultimo amplesso.
LAURETTA:
(Or vien la bella scena)
ROSA:
( fatto tutto?)
CALANDRINO:
(Tutto; e Mastro Antonio
Crede vera ogni cosa, e adesso adesso
Qui verr colla tazza, e li due Giudici).
TAMMARO:
Ultimo amplesso! Come?
CALANDRINO:
Oh Dio! Si tratta della tua salute,
Per decreto degli undici di Atene.
TAMMARO:
E questo  il male? Li signori undici
Hanno per me troppa bont, qualora
Prendono cura della mia salute.
Basta: sar cortese, e passerogli
In questa settimana
I miei doveri sopra una membrana.
ROSA:
S, ringraziali s, che n'hai ragione!
Te n'avvedrai tra poco.
TAMMARO:
Perch? Che ho da vedere?
CALANDRINO:
Ti mandan la cicuta in un bicchiere.
TAMMARO:
E questo non  prova della stima
Che hanno per me? Sai tu che la cicuta
In oggi dalli medici,
Come una panacea universale,
Si d liberamente?
IPPOLITO:
E n'ammazzano pochi veramente!
CALANDRINO:
Ma la cicuta che l'Areopago
Ti manda, e dell'antica
Che nasce in Grecia, e fa creparti subito.
TAMMARO:
Fa creparmi? Parliam, che c'intendiamo.
Cos' questo crepar?
CALANDRINO:
Per certe accuse
Che dalli Sacerdoti, e dalli Musici
In Atene tu avesti:
E come commerciante col Demonio,
E com'empio omicida del buon gusto
E della dolce musica,
Ti condann l'Areopago a morte.
TAMMARO:
Cttera!
CALANDRINO:
Sai, che Socrate,
Accusato incontr l'istessa sorte.
TAMMARO:
Signors... (Questo esempio (resta pensieroso)
Mi rompe il collo!)
EMILIA:
(Io pi non posso un padre
Vedere in quelle angustie).
Padre...
IPPOLITO:
(Se parli, Emilia,
(si fa avanti, e Ippolito la trattiene)
Io qui mi passo il cuor di propria mano.
Ecco l'acciaro). (mostra uno stile)
EMILIA:
(Oh Dio!
Qual nuova specie di tormento  il mio!)
LAURETTA:
(Signora, se vi pare; (a donna Rosa)
Fatevi un po' venir le convulsioni).
ROSA:
(Non sia mai: questa state me le fecero
Venir a forza, e con certe signore
Sa il Ciel che ci passai.
Io pi le convulsioni? non sia mai!)
CILLA:
Ne ne; ch'ella 'mpromessa (a don Tammaro)
Me la volite dare, o mme ne vago?
TAMMARO:
Cara, la sequestr l'Areopago.
CALANDRINO:
Socrate, impallidisci?
TAMMARO:
Oh! Che sproposito!
Noi Socrati la morte
Ce la mangiamo appunto
Come pizza e ricotta.
CALANDRINO:
Che filosofo eccelso!
IPPOLITO:
Oh robustezza
D'animo grande!
TAMMARO:
 vostra gentilezza.
Ma il fatto sta, mio Simia, che se devo
Del pari camminar col vecchio Socrate,
Io non posso morir.
CALANDRINO:
Perch?
TAMMARO:
Colui
Bevette la sua morte
Di settantatr anni,
Ed io ne ho trentasette; e in conseguenza
Li Giudici di Atene avran pazienza:
Mi manca ancor l'et.
CALANDRINO:
Maestro, hai torto.
Tant' settantatr, che trentasette.
Passa il tre dopo il sette
Ed il tuo trentasette
Si fa settantatr. O l'uno o l'altro
Che tu volti, Maestro,
Sempre l'istessa et porti di Socrate.
Persuaso ti sei?
TAMMARO:
Signor mio s (per li peccati miei!)
ROSA:
Dunque, marito mio,
Perder ti deggio?
TAMMARO:
E, e.
ROSA:
Grecia briccona,
Io ti scanno...
TAMMARO:
No, moglie. Le sentenze
(con gravit sforzata)
Quando son scritte in lingua Greca, sono
Adorabili sempre. Finalmente
Che cos' questa vita?
 quel che non ci  pi, quando  finita.
Vi raccomando, amici,
Queste povere donne, in cui la Patria
Fond tante speranze. Ad Esculapio
Lascio il mio gallinaccio, giacch un gallo
Gli lasci l'altro Socrate.
E tu, Xantippe, giacch non volesti
Bagnarmi mai in vita,
In quest'ora funesta
Versami almen quell'orinale in testa.
CALANDRINO:
Non  pi tempo. Mira
Due Giudici di Atene con Platone,
Che gi portan la tazza col veleno.
ROSA, IPPOLITO, LAURETTA ed EMILIA: (a quattro)
Ahi vista atroce! Pi soffrir non posso!
(alzano la voce, fingendo dare in un pianto dirotto)
CILLA:
Ch' stato? maramane! E che bolite
Farme afferra' la vermenara?
TAMMARO:
Oh Dei!
CALANDRINO:
Coraggio. Il vecchio Socrate
Sai che mor ridendo, e la sua gloria
Maggior divenne allora.
TAMMARO:
E bene: rideremo noi ancora.
 SCENA ULTIMA
MASTRO ANTONIO, che con passo grave porta la coppa col veleno, accompagnato da due vestiti da Giudici di Atene, e detti, che restano in diverse situazioni tragiche.
ANTONIO:
Maestro, a te la Grecia
Manna sta paparotta:
Che pozza fa' na botta
Chi l'ha mannata cc.
CALANDRINO:
Ridete.
TAMMARO:
Ah ah ah... (ride sforzatamente)
La Grecia assai mi onora,
Son grazie che mi fa.
CALANDRINO:
Via: non ti muovi ancora?
Non ti mostrar codardo.
ANTONIO:
Via, zuca mia, ch' tardo:
Gi, figlio, haje da schiatt.
TAMMARO:
Son pronto... eccomi qua.
CALANDRINO:
Ridete.
TAMMARO:
Ah ah ah...
Prendo la tazza. Atene,
Si serva il tuo deso...
Femine... amici... addio...
Asino nacque Socrate,
Asino morir.
(beve con vari contorcimenti di bocca)
ROSA, IPPOLITO, EMILIA, LAURETTA, CALANDRINO e ANTONIO: (a sei)
Ahi! Fiera vista orribile!
Il caso  fatto gi!
CILLA:
E zitti: ca li srece
Farissevo schiant,
TAMMARO:
Asino nacque Socrate,
Asino morir.
(rimette la tazza sulla sottocoppa, e si abbandona sopra una sedia, coprendosi il volto con un panno lino. Tutti restano afflitti e immobili nelle diverse loro situazioni tragiche)
Tutti, fuor che CILLA e DON TAMMARO: (a sei)
Che nero giorno  questo!
Che caso disperato!
Che rio destin funesto!
Che doloroso fato!
Tutto  spavento, e tutto
Lutto, mestizia e orror!
TAMMARO:
Uh! Che caldo io sento in petto...
CALANDRINO:
Via, portatelo sul letto...
(vengono due Servitori)
TAMMARO:
Gi la testa... mi si aggrava...
ANTONIO:
Ca la zoza  stata brava.
TAMMARO:
Simia mio, ti lascio un bacio,
Per conferma... del mio amor.
CALANDRINO:
Ah che un pane senza cacio
(fingendo piangere)
Oggi resto... mio Signor.
TAMMARO:
Questo amplesso... e questo addio...
Mio Platon... ricevi tu.
ANTONIO:
Muore priesto, Mastro mio...
(Si addormenta ed  condotto via dai servi, accompagnato anche dalli due finti Giudici)
No nce affriggere de chi.
TAMMARO:
Donne... amici... a rivederci....
Mia Xantippe, al tuo comando...
L'orinal ti raccomando
Che sia pieno... fino su...
(tutto questo restante di finale con voce dimessa, ma spinta e menata fuori da tutta la rabbia)
ANTONIO:
Via mo: quietatevi: salute a buje.
Si  muorto Socrate, nce stammo nuje,
Che ghiammo a barra co la virt.
ROSA:
Birbante succido, vanne in malora!
(piangendo)
IPPOLITO:
Adesso sfratta...
EMILIA:
Cammina fuora...
ROSA:
Zitto...
IPPOLITO:
Ammutisci...
EMILIA:
Va via di qua.
LAURETTA e CALANDRINO: (a due)
Ballate topi, che dorme il gatto.
CILLA:
'Gnupa', ch' stato?
ANTONIO:
Che v'aggio fatto?
EMILIA:
Delle mie pene tu sei cagione:
N pi il mio core soffrir ti sa.
IPPOLITO:
Il mio tormento fosti, briccone:
T'odia quest'anima, e t'odier.
ANTONIO:
'Gnorsine: avite vuje mo ragione!
 muorto Socrate: che nc' haje da fa'?
CILLA:
'Gnupatre, e snale no scoppolone.
Sto si' Don Cuorno che bo' da cc?
ROSA:
Ol, Lauretta, dammi un bastone:
Vo' terminarla, non ci  piet.
LAURETTA e CALANDRINO: (a due)
Non fate strepito per il Padrone
(a donna Rosa)
(Non dubitate: per voi son qua).
(a Mastro Antonio, e a Cilla che altri non sentano)
FINE DELL'ATTO SECONDO
 ATTO TERZO
 SCENA I
Anticamera con lumi
DONNA ROSA, EMILIA e IPPOLITO
ROSA:
Non giova replicar. Quando si desta
Tuo padre, non ti deve
Pi ritrovare in casa. Nel cortile
 gi pronto il calesso:
Tu con costui devi partir adesso.
EMILIA:
Ah, Signora, piet. Non sia del vostro
Precipitoso impegno
Vittima l'onor mio.
ROSA:
Quando pria di partire
Ippolito tu sposi,
Ogni male  finito;
E si dir che vai con tuo marito.
EMILIA:
S: ma con qual marito? con un uomo
Scelto dal mio capriccio, e non dal padre.
ROSA:
Non pi: voglio cos. Prendila, Ippolito,
E strascinala teco.
EMILIA:
Ippolito, rifletti
Al tuo dovere.
IPPOLITO:
(Oh Dio!
In qual cimento barbaro son'io).
ROSA:
Ma che fa? Non si muove; (a Ippolito)
Il mio signor salame innamorato?
Cammina tu.
(prende per un braccio Emilia, per strascinarla fuori della stanza)
 SCENA II
LAURETTA e CALANDRINO da varie parti, ed uno dopo l'altro e gli anzidetti.
LAURETTA:
Signora, suo marito
Si va destando, e par che sotto voce
Vada chiamando a lei.
ROSA:
Corpo di bacco, io qui mi scannerei!
Calandrino, che fa? Tien preparati
Li musici?
LAURETTA:
Son pronti.
ROSA:
Digli, che adesso vengo. 	(Lauretta parte)
Presto, Ippolito, presto: per le scale
Rompiti il collo con costei.
CALANDRINO:
Correte:
Il Padrone ha chiamato
Due volte Donna Rosa, e si  svegliato.
ROSA:
Disperazione! Vengo.
LAURETTA:
Suo marito (ritorna)
Si  levato di letto,
Ed  passato nella galleria,
ROSA:
Sia maledetta la disgrazia mia!
Ippolito, pi tempo
Di riguardi non . Teco costei
Conduci suo malgrado
Tammaro intanto a trattenere io vado.
(parte)
CALANDRINO:
Lauretta, la mia Cilla
(con premura in atto di partire)
 custodita bene?
LAURETTA:
Sta in compagnia di Menica, (come sopra)
La vecchia Balia.
CALANDRINO:
E Mastro Antonio?
LAURETTA:
Oh bella!
E che solo dovea per te pensare?
Pensai anche per me.
CALANDRINO:
Ah galeotta:
Che s, che s, che in bocca
Qualche dente ti duole?
LAURETTA:
A buon intenditor poche parole.
(partono con fretta tutti e due)
 SCENA III
EMILIA e IPPOLITO
IPPOLITO:
Emilia mia, udisti con qual legge
Mi lasci donna Rosa?
EMILIA:
E ben: che chiedi?
IPPOLITO:
Rendi, ben mio, pi mite
L'austera tua virt. Seguimi, o cara.
Gi sai che sempre appresso
Va colla scusa ogni amoroso eccesso.
EMILIA:
Ippolito, che dici! Ah come mai,
Come in un punto rendi
Te diverso da te! Questi non sono
Quei sensi d'innocenza,
Co' quali alimentasti il nostro fuoco.
Nel tuo petto abbia loco
Di nuovo la virt. Torna in te stesso!
E se ne vuol divisi
Un tiranno destino,
Lasciami almeno l'innocente gloria,
Ch'io possa il nostro amore
Con tutti rammentar senza rossore.
IPPOLITO:
Ma se ti perdo, oh Dio!
Come viver poss'io?
EMILIA:
Serba innocenti
Gli affetti tuoi: serba la tua costanza
E il Ciel protegger la tua speranza.
Spera, bell'idol mio:
Placida un d la sorte
Forse pu divenir.
IPPOLITO:
Come sperar poss'io.
Riparo alla mia morte,
Se tu mi fai morir?
EMILIA:
Dunque crudel mi credi?
IPPOLITO:
Dunque il mio duol non vedi?
EMILIA:
Lo vedo s, mio bene,
E mi si spezza il cor.
IPPOLITO:
Ma intanto alle mie pene
Non cede il tuo rigor.
(a due)
Ah che mancar mi sento.
Che barbaro tormento!
Che barbaro dolor. (partono)
 SCENA IV
Camera nobile.
DON TAMMARO che dorme sopra un sof con padiglioncino alla turca, DONNA ROSA, LAURETTA e CALANDRINO.
ROSA:
Che fa?
CALANDRINO:
Dacch dal letto
Pass in questo sof, dorme, ma spesso
Dimenando si va.
ROSA:
Quando si desta,
Tu fa suonare in quella stanza. Io sento
Che la musica sia
Un antidoto ancor per la follia.
CALANDRINO:
Vedremo.
TAMMARO:
Uhoa. (sbadiglia)
LAURETTA:
Si sveglia.
ROSA:
Sentiamo:
TAMMARO:
Emilia... Rosa...
CALANDRINO:
Come va questa cosa?
Non chiama pi Sofrosine e Xantippe.
ROSA:
Presto su: fa suonare;
E stiamo noi da parte ad osservare.
(si suona un flebile notturno e don Tammaro va cacciando a poco a poco la testa dalle cortine)
TAMMARO:
Che musica superba! che dolcezza!
CALANDRINO:
(Che cos'? pi non parla
Della sua bella corda strappa-fegato).
LAURETTA:
(Ci  della mutazione!)
TAMMARO:
Chi  fuora...
ROSA:
Eccomi, o caro,
Con Simia e Saffo.
TAMMARO:
Scimia e baffo? Oh bella!
Per dar de' soprannomi, moglie mia,
Sei fatta a posta. Ti ricordi, quando
Facevamo all'amore, che mi chiamavi
Don Sanguinaccio? ed io ridevo tanto.
ROSA:
Me ne ricordo, s.
TAMMARO:
Ditemi, avete
Intesa quella musica? Era un pezzo
Di latte e miele!
CALANDRINO:
Vi piaceva?
TAMMARO:
E come!
Mio Calandrino, era pi bella assai,
Di quell'altra sonata,
Che tu fai spesso spesso
Sul tuo gesolreutto.
CALANDRINO:
(Della musica sua,
A quel che vedo, ei si  scordato in tutto).
LAURETTA:
(Che fosse mai guarito?)
ROSA:
(Volesse il Cielo, e avessi mozzo un dito!)
TAMMARO:
Ma, Rosa, dimmi un poco:
Che musica era quella?
ROSA:
Furon certi musici, venuti
Per suonar questa sera
Nella festa di ballo,
Che dnno questi nostri pigionanti.
TAMMARO:
Festa di ballo! Matti da catene!
Io quando sento ballo, sento il diavolo!
ROSA:
(E quella sua ginnastica?)
TAMMARO:
Una volta
Per provarmi a ballare il cotiglione,
M'ebbi a rompere il collo:
D'allora in poi non ballo pi.
CALANDRINO:
Benissimo.
Un Filosofo, come siete voi,
Cos dovrebbe fare.
TAMMARO:
Filosofo le brache del compare.
Io Filosofo? Oh senti!
Io che in quattordici anni
Non passai alla scuola i deponenti.
ROSA:
( guarito,  guarito).
LAURETTA:
(Ma come cos presto?)
CALANDRINO:
(Col dormire
Spesso i matti si sogliono guarire).
TAMMARO:
Sai, Rosa, la bella scorpacciata
Di sonno, che mi ho fatta?
Io mi sento altrettanto. Veramente
Ne avevo di bisogno,
E credo di aver fatto qualche sogno.
Una confusa idea
Mi  restata di cose... Che so io...
ROSA:
Eh via: non ci pensar; marito mio.
CALANDRINO:
(Quel sonnifero  stato prodigioso!)
TAMMARO:
Ma l'Emilia dov'?
ROSA:
Direi bugia.
(Meschina me, se fosse andata via).
TAMMARO:
Lauretta, va', la chiama.
LAURETTA:
Eccola, che gi viene.
ROSA:
(Ritorno in vita).
CALANDRINO:
(Corpo del demonio).
ROSA:
(Che cos'?)
CALANDRINO:
(Viene Cilla e Mastro Antonio).
ROSA:
(Son tornati! Maledetti!)
 SCENA V
EMILIA e IPPOLITO da una parte; CILLA e MASTRO ANTONIO dall'altra, e detti.
EMILIA:
Ah caro padre mio...
ANTONIO:
Core de tata...
(Emilia prende la mano di don Tammaro, e interrotta dal pianto la bacia, e nell'atto che Mastro Antonio lo prende per l'altra mano)
Mascolo mio...
CILLA:
Schiavo, si' galantommo...
Chillo marito  stato proprio guappo.
ANTONIO:
Che bu'... te vedo e nce aggio chillo gusto
Ch'avette quanno ptemo
Se nne fujette da lo Tarcenale.
Comme staje?
TAMMARO:
Per servirti. Ma che abito
Ridicolo  mai questo?
ANTONIO:
Comm'a dicere?
TAMMARO:
Ah... ah... la bella vista!
Sembri di un Ospedal servizialista.
ANTONIO:
Si' ma', mmalora tu mme scannalizze!
TAMMARO:
Ah Ah... per Bacco sei
Un vero pulcinella!
ANTONIO:
Oh Pluto! Chisto ha perzo le cervella!
ROSA:
Marito mio, io ti presento questo
Gentiluomo onorato...
IPPOLITO:
Permettete,
Che tra li vostri servi
Ippolito si conti.
TAMMARO:
Mio signore...
ANTONIO:
(Mo simmo tutte!) Ors si' Masto.
TAMMARO:
Aspetta,
Mastro Antonio, qui fuora...
ANTONIO:
Comme m Masto Antonio? Sto schiaffone
Non doveva d Socrate a Pratone.
TAMMARO:
A Platone! Che diavolo tu dici?
Ma lasciamo gli scherzi.
Aspetta un poco fuori, che poi voglio
Farmi la barba; hai il bacile?
ANTONIO:
Oh diavolo!
Nuje addo' stammo? Quanno maje Pratone
Fece la varva a Socrate?
ROSA:
Ma basta:
Non pi seccarci col malanno.  questo,
(mostrandogli Ippolito)
Marito mio, un Cavalier di Bari,
Unico figlio di Pancrazio Tordi,
Che il Cielo l'abbia in gloria. Ei di tua figlia
Vorrebb'esser marito:
N per lei puoi trovar miglior partito.
ANTONIO:
Chi te l'ha ditto? E nuje, che simmo ciunche?
TAMMARO:
Zitto tu. (a Mastro Antonio) Mio signore,
(a Ippolito)
Giacch lei si  degnato
Di pigliar il possesso
Anticipatamente della casa,
Quanto onore pu avere la mia figlia
D'esserle moglie, e serva! Lei la sposi;
E in segno del mio affetto
Io verr di persona a fargli il letto.
IPPOLITO:
Signor, che obbligazione!
EMILIA:
Ah padre... oh Dio!
(con trasporto amendue e confusi dal piacere)
IPPOLITO:
Cara, sei mia...
EMILIA:
Mio dolce amor, sei mio.
(si danno la mano di sposi)
ROSA LAURETTA e CALANDRINO: (a tre)
Evviva i sposi: evviva.
CILLA:
Non c' de che: ubbrigato a ussignoria.
ANTONIO:
Scstate, nenna mia,
Ca non dceno a te. N che facimmo?
(a Don Tammaro)
Mme sposo io pure a figlieta?
TAMMARO:
Il malan che ti colga, animalaccio.
Che razza di parlare?
LAURETTA:
Ma non bisogna strapazzarlo tanto.
Voi finalmente, quando
Eravate frenetico, gli avete
Posto nel capo tante ragazzate.
TAMMARO:
Io frenetico?
ROSA:
Lascia,
Marito mio, questa canaglia, e meco
Vieni di l, che tutto
Fil fil ti conter.
TAMMARO:
Dunqu'egli  vero
Che fui pazzo?...
ROSA:
Che pazzo?
Un poco immaginario.
Basta: vien meco.
TAMMARO:
Oh cttera!
Questo s che non ci era in calendario!
Ippolito... Emilia...
(in atto che va via con donna Rosa)
IPPOLITO:
Siamo a servirvi...
EMILIA:
Ora, ben mio, vedesti
Il Ciel, che tutto regge,
Un innocente amor come protegge.
(seguono li suddetti)
 SCENA VI
LAURETTA, CILLA, MASTRO ANTONIO e CALANDRINO
ANTONIO:
Ne, sia Maddamma,  bero
Ca Socrate 'mpazzette?
LAURETTA:
Certamente;
E con quella bevanda
Che gli portaste voi, si  poi guarito.
ANTONIO:
Oh casum inudito!
Chesta  la prima vta
Che san la cecuta no malato!
CALANDRINO:
S'era cicuta, egli sara crepato.
Un sonnifero in vece di cicuta
Ei tracann; e volle il Cielo poi
Ch'ei si svegliasse sano di cervello.
Il fatto sta, che per la sua pazzia
Perse la testa ancor vossignoria
ANTONIO:
La capa mia? Cio?
LAURETTA:
Dandoti a credere,
Che Socrate egli fosse, e tu Platone.
ANTONIO:
E non era lo vero?
CALANDRINO:
Niente affatto.
Fu tutta alterazion di fantasia;
Ma egli  gi guarito. Resta solo
Che si guarisca il tuo cervello ancora.
Parlo da vero amico.
ANTONIO:
E mme lo dice mo? potta de nnico!
Mo che' m'aggio vennuto lle rasla?
E mo comme sbarbizzo? co na crasta?
LAURETTA:
Non importa: potete,
Pigliando dote fresca, ritornare
Al vostro primo stato. Noi siam quattro:
Due belli matrimonj
Si potrebbero far cos tra noi:
Calandrino con Cilla, ed io con voi.
ANTONIO:
(Lo bolesse lo Cielo, e mme levasse
St'agliarulo de figliema dall'uocchie!
Ma pe mme voca fora).
CALANDRINO:
(A quel che vedo,
(a Lauretta)
Ancor tu sei entrata
Di amor nel formicajo).
LAURETTA:
(Si suol dir che ogni gatta ha il suo gennajo).
CILLA:
'Gnupa', che dice? Nce sposammo 'nquatto.
ANTONIO:
E chillo ll te vo'?
CILLA:
Ah siente, siente:
(a Calandrino)
Dice, si tu mme vu? Falle a bedere,
Quanno parle co mmico,
Comme t'sceno ll'uocchie.
ANTONIO:
Tu la vuoje?
(a Calandrino)
CALANDRINO:
E tu dimmi di no! Noi fin da oggi
Gi ci sposammo, e siamo fuor di affanno.
ANTONIO:
E fuss'accisa mo me staje zucanno? (a Cilla)
LAURETTA:
Dunque sol resta di sposarci noi.
La mano su.
ANTONIO:
Bellezza: tu vorrisse,
Che se verefecasse chillu suonno,
Che te faciste? Ma riesce a bssena.
Marzo mm'have aggrancato. Statte bona.
LAURETTA:
Ah barbaro! Fermate.
E giacch disprezzate l'amor mio,
Crudel, qui almen soffrite
Di vedermi morire, e poi partite.
CALANDRINO:
(Che furba!)
ANTONIO:
(Or ussia veda sta Maddamma,
Comm'ha pigliato fuoco!)
LAURETTA:
(Te la far, se aspetti un altro poco).
Dunque morir degg'io (finge di piangere)
Senza trovar piet?
CILLA:
Eh bia; 'gnupatre mio,
Falle sta carit.
ANTONIO:
Mo mmo, quanto lo spio
(con caricatura e derisione)
A mamma, che sta cc.
CALANDRINO:
Ma che fierezza, oh Dio!
Che nera crudelt!
ANTONIO:
Non serve che s'appretta
Il mio Signor Don Quello;
Ca vidolo zetiello
Volimmo nuje resta'.
LAURETTA:
Ah che mi manca il fiato...
Oim... gelar mi sento...
Crudel sarai contento...
(finge di cader svenuta)
Io cado... io moro gi.
CALANDRINO:
Ah soccorretela... la poveretta...
ANTONIO:
Cttera! Un panico per me le venne...
CILLA:
'Gnupa', si  morta, fuimmoncenne.
ANTONIO:
Figlia, resrzeta.
LAURETTA:
Ah!
CALANDRINO:
Su, coraggio...
Che Mastro Antonio ti sposer.
ANTONIO:
Gnors... te sposo... eccome cc.
(la prende per la mano, e Lauretta si alza allegra)
LAURETTA:
Giacch sei mio, son gi sanata:
Non ho pi male vicino a te.
ANTONIO:
Mmalora e pesta! Mme ll'haje sonata.
Bellezza, dance co no gu gu.
CILLA:
'Gnupa' na morta te si' sposata?
Non t'accostare chi rente a mme.
CALANDRINO:
La furbacchiona te l'ha piantata!
Ah ah, che riso. Ci ho gusto, aff (partono)
 SCENA VII
DONNA ROSA e DON TAMMARO
TAMMARO:
Ma vedete che bestia! Io mi figuro
Di vedermi vestito da filosofo
In quella strana guisa,
E mi sento crepare dalle risa.
ROSA:
Via, non pensarci pi, marito mio;
E se vuoi fare a modo
D'una che ti ama veramente, lascia
Qualunque prevenzione per l'antica
Filosofia, e segui la moderna,
Ch'oggi il gran mondo cos ben governa.
TAMMARO:
Il Cielo me ne liberi. Pi presto
Farei mozzarmi il naso,
Che pi parlare di filosofia.
ROSA:
Di quella antica s, non della mia.
Quella, che ti propongo
Non affligge, non secca, e non fa gli uomini
Selvaggi e macilenti:
Ma gli fa grassi, amabili e contenti.
TAMMARO:
Ma sar poi in pratica
Questa filosofia difficiluccia.
 vero?
ROSA:
Anzi al contrario.
Non ci  cosa nel mondo
Facile pi di questa.
Basta farsi capace colla testa.
TAMMARO:
Hoc puntus, moglie cara: il capo mio
Mai da trent'anni in qua
Non fu capace di capacit.
ROSA:
Ma la filosofia delli moderni
Pu apprenderla ogni testa;
Perch, ben mio, consiste solamente
In mangiar, divertirsi, e non far niente.
TAMMARO:
Cttera! Moglie mia: e tu sapevi
Questa filosofia, e te ne stavi
Senza manifestarmela?
Ad ogni costo mio voglio impararmela.
ROSA:
In tre punti consiste
Tutto il sistema. Primo: se tu vedi,
Fingi di non vedere.
Secondo: se tu senti,
Fingi di non sentire.
E terzo: quando mai
Risentir ti volessi
Fa come lingua in bocca non avessi.
TAMMARO:
Cio, mio bene amato?
ROSA:
Verbigrazia:
Mi vedi corteggiata in una stanza
Da due cascanti o tre?
Senza badar n a me, n agli cascanti,
Cantando sotto voce,
O te ne torni indietro o tira avanti.
TAMMARO:
Niente pi, mio tesoro?
ROSA:
Non  facile il punto?
TAMMARO:
Facilissimo.
E riguardo al sentire?
ROSA:
Verbigrazia:
Da i due, o tre cascanti,
Se mai sentissi dirmi: idolo mio;
Fingendo tu di non sentire allora...
TAMMARO:
Cantando sottovoce,
O tiro avanti o me ne torno fuora:
Non  cos?
ROSA:
Appunto.
TAMMARO:
Veniamo, anima mia, al terzo punto.
ROSA:
Verbigrazia: se mai,
Per qualche cosa che ti dasse al naso,
Volessi meco risentirti, senza
Alzar la voce incomoda o molesta...
TAMMARO:
Cantando sotto voce,
Piglio una sedia, e te la tiro in testa:
Non  cos?
ROSA:
No, caro; che un coltello
Io poi ti caccerei nel fegatello.
TAMMARO:
Ho burlato, mia bella.
ROSA:
In questo caso
Devi, senza parlare,
Vestirti, uscire, e darti a camminare.
(Don Tammaro pensa)
In somma, nella casa
Non ti devi intrigar di cosa alcuna,
Come se non ci fossi: ma sol devi
Badar, che la tua vita sia gioconda,
E che la tua collottola sia tonda.
Che pensi?
TAMMARO:
Dimmi un poco:
Questa filosofia
Viene usata da molti?
ROSA:
E di che modo!
TAMMARO:
E qualora, idol mio,
L'usano molti, posso usarla anch'io.
ROSA:
Marituccio mio grazioso,
Mangia, mangia, e lascia fare.
Pensa solo ad ingrassare.
N la sbagli in verit.
TAMMARO:
Non temer, mio ben vezzoso,
Non temere, o moglie mia:
Questa tua filosofia
Sempre in testa mi star.
ROSA E TAMMARO: (A DUE)
Vieni,
caro
in queste braccia...
cara
ROSA: Bella grazia...
TAMMARO: Bella faccia...
ROSA:
Ah qual mele in sen mi stilla!
Come il cor mi balla e brilla!
TAMMARO:
E quest'alma, come pazza,
Balla e brilla: sguizza e sguazza.
(a due)
Che piacer! Che contentezza!
Che allegrezza...  questa qua.
...
.
...
SCENA ULTIMA.
...
.
...
TUTTI.
.
IPPOLITO:
Signor, benigno il Cielo
Rese tutti felici in questo giorno.
La casa  tutta nozze: Calandrino
Sposo  di Cilla, e Laura del barbiere.
TAMMARO:
Davvero? ci ho piacere.
Allegri dunque: tutti ci daremo
Ad un istesso studio.
CALANDRINO:
Cio?
TAMMARO:
Vogliamo, amici,
Senza le seccature degli antichi,
Diventar filosofi moderni.
ANTONIO:
Signo': vattenne. Di' te guarda mammeta;
Ca pe ll'ammore vuosto
Poco ho mancato che la Magnagrecia
Vedea co no sbordone
Pe ste strade pezz ... chi mo? Pratone!
Felosochia? e non  stata accisa?
TAMMARO:
Che sai tu? Questa  un'altra
Filosofia che insegna solamente
D'ingrassar, divertirti e non far niente.
Parla, parla, moglie mia:
Spiega a costoro mano man que' punti,
Primo, secondo e terzo.
ROSA:
Eh via: non pi. Quel che diss'io fu scherzo.
Tammaro mio, la vera
Filosofia  quella di badare
Alla propria famiglia; e se i doveri
Di buon marito, e di onorato uomo
Adempiere saprai,
Filosofo eccellente allor sarai.
TAMMARO: Questo  un altro parlare.
CALANDRINO: Ma giudizioso assai.
LAURETTA: Da dottoressa.
IPPOLITO: Emilia, perch mesta?
EMILIA: L'estremo mio piacer mi tiene oppressa.
CILLA: 'Gnupa', saje ca lo suonno se nne venne?
ANTONIO: Decimmo bonanotte, e ghiammoncenne.
CORO: ROSA, EMILIA, IPPOLITO, LAURETTA, CALANDRINO e DON TAMMARO: Quanto si visse in pene, Tanto si goda adesso: Sempre alle nubi appresso, Va la serenit.
CILLA E ANTONIO: Gnors, va tutto bene: Ma jammoce a corca'.
...
.
...
FINE.